Facciamo tutti silenzio, per favore

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Fabiano e Gianni non sono stati liberi di scegliere, nel loro Paese, di farla finita con la loro vita trasformatasi in incubo in un modo dignitoso. Questo è quello che conta. Non il bercio dei politici in cerca di voti, non la scemenza di Adinolfi, non le opinioni che tutti si sono sentiti in dovere di comunicare al mondo. “Hanno sbagliato”, “hanno fatto bene”: perdite di tempo, sciocchezze. “Non sono stati liberi di gestire la fine della loro vita”, questo andava detto. E basta.

Cosa ne sappiamo noi di cosa voglia dire vivere in quelle condizioni. Come ci possiamo permettere di approvare o disapprovare la loro scelta. Chi ha commentato in questi giorni la vicenda di Fabiano e quella di Gianni non è tetraplegico e cieco da anni, non ha un tumore che non guarirà mai, non ha la SLA. Pontifica dalla poltrona. Liberissimo di farlo, sia chiaro, ma così facendo sbaglia non solo il focus, sbaglia proprio l’impostazione del discorso. Perché qui il punto è che ci siamo trovati davanti a due persone (tra le tante nelle loro condizioni) che non hanno potuto scegliere di morire dignitosamente nel loro Stato. Non è interessante né rilevante il giudizio morale sulla scelta – favorevole come contrario –, lo è invece il fatto che siano dovuti andare in un altro paese per poterla portare a compimento. E hanno dovuto fare questo perché in Italia la materia non è regolamentata e, nonostante gli articoli dei Rodotà e dei Saviano, non lo sarà mai. Perché dopo tutto questo dolore la famiglia di Fabiano, ad esempio, ha dovuto sentire Adinolfi parlare di Hitler e Germania nazista e il direttore del quotidiano dei vescovi italiani dire che Fabiano non è libero ma “defunto”?

Io non ho la minima idea di cosa farei se mi venisse diagnosticato un male incurabile come a Gianni o se mi capitasse un incidente come quello di Fabiano. Chi dice di saperlo mente, si prende in giro da solo. Ma penso che in Svizzera, come in Italia e in ogni angolo del mondo, una persona debba essere libera di fare la propria scelta. E che il gentile pubblico debba accompagnare il sipario con un – quello, sì – cristiano e rispettoso silenzio.

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