Gay pride? Di nicchia mica tanto

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Un probabile afflusso di 6’000 persone che parteciperebbero alla manifestazione (la media delle ultime due edizioni, svoltesi in Svizzera romanda), altre persone attratte dalla sfilata solo per curiosità, esercizi pubblici, commerci e turismo che ci guadagnano di sicuro. Questa la prima cosa che mi viene in mente se penso a un Gay pride, o a una festa delle camelie, o a una sfilata di bikers. D’altronde il Ticino ha una lunga tradizione di manifestazioni che, soprattutto se si svolgono d’estate, sono il nervo portante del turismo locale.

E turismo non vuol dire solo Hotellerie, ma un sacco di soldi che girano ovunque: dai commerci cittadini al supermercato in periferia, dal campeggio al locale notturno. Basti pensare che per accogliere il Gay pride c’erano in lizza anche Locarno e Bellinzona. Basti pensare che nel vicino Piemonte, il 17 giugno, si svolgerà non solo il Gay pride, ma anche il Torino gay & lesbian film festival. È per questo che mi giunge strana, non tanto per la parte da cui proviene, ma per le persone che la veicolano, l’interrogazione depositata al municipio di Lugano in questi giorni.

Una serie di domande al Municipio firmate PPD (e da chi se no?) segnatamente da Armando Boneff e Sara Beretta Piccoli. Conosciamo entrambi e ne stimiamo l’intelligenza e l’impegno, proprio per questo mi lascia un po’ stranito questo atteggiamento che sa di tempi passati. Ma sentiamo gli interessati:

“I sottoscritti pur rispettosi di ogni diversità, mal comprendono il motivo per cui, in un periodo di difficoltà finanziarie e di conseguente razionalizzazione delle risorse, il Municipio accetti di promuovere una nuova manifestazione folcloristica di nicchia, certamente per taluni aspetti controversa, ma soprattutto onerosa per l’organizzazione logistica e del servizio d’ordine, estranea alle nostre tradizioni, mentre sono stati tolti i finanziamenti allo storico carnevale luganese e addirittura si paventava di lucrare sull’affitto delle infrastrutture destinate alle associazioni cittadine riconosciute”.

Fa strano che chi è rispettoso della diversità si metta a discutere quando si parla di un Gay pride che, di nicchia, come abbiamo già spiegato sopra, non è poi mica tanto. Prima di tutto, il 10% della popolazione è omosessuale; secondo, non mi sembra ci siano state interrogazioni, per esempio sul raduno di Harley Davidson nel 2015. La questione dei soldi sembra quindi un po’ una scusa. Peggio ancora se parliamo di disagi alla popolazione. Quanto disagio hanno creato migliaia di moto rombati a zonzo per tre giorni in città? Ma molto perplesso mi ha lasciato la penultima domanda dell’interrogazione:

“Il Municipio è disposto ad accordare un pari trattamento a tutte le Organizzazioni che, in rappresentanza di soggetti associati in base alle preferenze sessuali (e/o ad altre caratteristiche comuni), chiederanno di esibirsi sul suolo pubblico?”

Cioè? Parliamo chiaro, cosa si intende per preferenze sessuali? E chi hanno in mente gli interroganti? Cosa sono le caratteristiche comuni? Un pride di etero per esempio? Noi non lo sappiamo, anche perché non abbiamo idea di cosa si immaginino, ci piacerebbe però saperlo dai diretti interessati. E speriamo che un bel dibattito sereno e corretto possa scaturire da queste domande.

La vera vittoria di tutti sarà quando sfileremo insieme. Etero, gay, lesbiche, qualunque persona di qualunque declinazione sessuale. Insieme, senza fissarci strano, ma guardandoci solo negli occhi e vedendo tanta bella umanità.

Una grande lezione me l’ha data mia figlia di 13 anni l’altro giorno. Mi ha fatto vedere lo spezzone di una serie tv che le piace, Teen Wolf. Scena di matrimonio. Già ti deprimi (oddio, adesso roba melensa a balla!) Lui e lei all’altare. Poi dal fondo della navata viene un uomo, pensi: sarà per lei.

No. Lo sposo scende, attraversa la navata, lo abbraccia e lo bacia. E mia figlia che tutta commossa strilla: “non sono carini!?!”. Ho fatto un buon lavoro, penso.

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