La crisi economica non è colpa dell’uomo nero

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Si è spesso letto (e detto) che a una grave crisi economica corrisponda un aumento della paura per l’immigrazione: “ho meno torta io, quindi non voglio stranieri.” Uno studio della fondazione David Hume per il Sole24Ore si incarica di dire che non è così, togliendo ai populisti il sale della loro proposta e riducendo a bieco chiacchiericcio molte argomentazioni su crisi migratorie e immigrazione tout court.

Lo studio è basato su dati Eurostat, ed è composto da due classifiche. Nella prima, in una scala di punteggio da 0 a 1, viene definita la gravità della crisi economica in un Paese; nella seconda viene classificata la paura per l’immigrazione, ovvero la percentuale di abitanti che, in un Paese, considera quello migratorio tra i due principali problemi sul tavolo. Il risultato è netto. Gli Stati dove la crisi economica ha colpito più duramente sono quelli che non danno alcuna colpa all’immigrazione né ne hanno paura. La Grecia, ad esempio, pur essendo in vetta alla prima classifica, è 19esima nella seconda, con solo il 3,2% di persone che considerano l’immigrazione un problema importante. Lo stesso discorso vale per la Spagna, secondo Paese più martoriato dalla crisi e 21esima nella seconda classifica e Cipro terza vittima con anche il crack delle banche ma, pur essendo terra di sbarchi, con solo l’1,4% degli intervistati che vedono nei migranti un problema. E così a cascata, con un trend che coinvolge a scendere Croazia (quarta e 27esima), Portogallo (quinto e 25esimo) o Slovenia (sesta e… ultima).

Anche l’inverso dà da pensare. Il Regno Unito della Brexit, nel 2014 era al secondo posto nel secondo grafico, quello sulla paura dei migranti, e ridicolmente 23esimo in quello sulla gravità della crisi economica. Idem dicasi per l’Austria che tanto ha fatto parlare, in settima posizione su 28 contro l’immigrazione ma 19esima in fatto di lacrime versate per la crisi. Per non parlare del caso principe: la piccola Malta, dove la crisi si è fatta sentire in un grado di 0,0/1 ed è prima per paura degli stranieri: il 34,3% dei cittadini li considera un problema.

Questa analisi offre molti spunti di riflessione. Prima di tutto la conferma del fatto che molti temi abbiano portato, in questi anni, a una risposta soggettiva invece che oggettiva, tipo “io penso questo, quel politico mi dice che è così e io gli credo”. Non si perde tempo a leggere studi, guardare grafici, farsi una cultura e leggere giornali: no, se Boris Johnson, Frauke Petry, Matteo Salvini e compagnia cantante dicono che ragazzi miei, siamo al capolinea, la gggente gli crede. Questo studio, infatti, prova che siamo di fronte a populismi belli e buoni, non a una proposta, un progetto di governo, un’idea del mondo. Non siamo di fronte a niente se non a tanta, troppa politica che ha capito come tirar su voti e (molti) soldi: raccontando frottole, dipingendo scenari apocalittici sfruttando il fatto che chi li vota mai si farà anche mezza domanda, mai avrà un dubbio se quel che lorsignori dicono sia vero o falso.

Come si è arrivati a questo? Come è arrivata sempre più gente ad accettare una visione distorta della realtà, a bersi quasi ogni sciocchezza, ad annullare lo spirito critico una volta in auge finendo col fidarsi di persone cui del tanto citato popolo non frega niente? Possono la disperazione e l’inquietudine – soggettiva od oggettiva che sia – per il futuro giustificare un lassismo, uno spianare la strada a certi imbonitori, una rinuncia aprioristica nel cercare di essere parte integrante della nostra società? Insomma, è così difficile leggere dei grafici con dei numerini? Evidentemente sì.

Questo studio è un punto di (ri)partenza. Chiamare le cose col loro nome aiuta, prendersela con chi prova a spiegare la realtà dandogli dell’elitario molto meno.

fondazione-hume

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