Perché l’UDC vuole il Blick?

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Insomma, è andata così. Walter Frey, responsabile comunicazione dell’UDC, ha fatto, tramite l’avvocato e braccio destro di Blocher, Martin Wagner, un’offerta di 230 milioni a Ringier Axel Springer per le testate del gruppo “Blick”. L’editore, immaginando senza chissà quali sforzi titanici il ruolo da burattinaio del tribuno zurighese, ha rispedito al mittente la proposta. Finita qui? No, proprio per niente.

Perché, scusate, di che democrazia parliamo ogni giorno se il principale partito del paese è in grado di poter offrire 230 milioni di franchi per il Blick? Senza dimenticare che il messaggio più inquietante di tutta questa triste vicenda non è l’offerta in sé, ma il fatto che Blocher stia usando ormai da mesi come mazza ferrata – anche e soprattutto ricattatoria – la possibilità di fondare un suo domenicale gratuito da diffondere in Svizzera tedesca. Una specie di Mattino alla zurighese, che picconerebbe alle fondamenta il SonntagsBlick. Et voila spiegato il senso dell’offerta: vuoi cedere un gruppo facendo 230 milioni o vuoi che ti faccia una concorrenza talmente spietata da farti perdere copie su copie? Dietro quest’offerta e il suo triste contorno c’è esclusivamente la voglia di ingabbiare la libertà, la stampa, indirizzare sempre di più – il Blick non è propriamente Le Monde o il Guardian – l’opinione pubblica.

Siamo perfettamente a conoscenza dell’opinione che l’UDC ha per la stampa. Nei drammatici giorni della chiusura de L’Hebdo più di qualche maggiorente dell’UDC romanda disse che finalmente la sinistra avrebbe dovuto pagare la propria propraganda (Yves Perrin) e che via L’Hebdo, meglio una Weltwoche in francese (Kevin Grangier). Difatti non è a loro che ci rivolgiamo – non intenderebbero –, ma ai lettori, a chi si informa ancora su giornali e siti seri, a chi non cede al modello Breitbart e pensa che un’informazione sana e libera sia ancora il sale della democrazia: ebbene, vi sembra normale che un partito, qualunque partito, offra 230 milioni per il Blick?

“Sì” o “no”. Il tempo dei “ma” è finito.

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