Somalia, uccisi perché gay

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Isaq Abshirow, aveva 20 anni. Solo 15 ne aveva, invece, il suo compagno Abdirizak. Due ragazzi giovani, due amanti. Uccisi dalle milizie Al Shabaab perché per quel Dio, come per il nostro, loro sono un abominio, un’aberrazione. Nella Somalia martoriata, dove il sangue si mischia alla sabbia arida del suolo, si svolgono teatri, si dipanano storie, si svolgono processi.

Abdirizak e Abshirow sono stati uccisi nella piazza di Buale. Tra il rosso della laterite e il verde brillante delle piante di kat, hanno pagato per una cosa che da noi è quasi normale. E dico “quasi” in omaggio a certi babbioni che ancora fanno battute sui culi quando salgono in ascensore con un gay.

Questa gente, questi disperati, aggiungono disperazione alla disperazione. Una vita impossibile, dove non c’è respiro nemmeno per chi è “normale” figuriamoci per gli omosessuali. Loro non sono i primi e non saranno gli ultimi.

4 righe si meritavano, 4 righe per cercare di capire cosa voglia dire vivere ai margini, sul filo del rasoio, tra una religiosità ottusa e una guerra latente che in fondo non è mai smessa. 4 righe per commemorare il loro amore che si perde a rivoli tra le pietre di Buale.

Le jene ridono la notte, nei pressi del villaggio e raspano sulle tombe. È pieno di jene da quelle parti: becchini, saprofagi, risate dementi in cerca di carni morte. E adesso Abdirizak e Abshirow riposano sotto la luna con le risate delle jene che faranno da serenata e il raspare delle unghie sui loro occhi spenti.

Nabdgelyo ragazzi, addio.

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