Belgrado, la fine del mondo

Di

È difficile raccontare Belgrado, perché quello che vedi tra le baracche di “Old Station” è oltre l’immaginazione, è oltre quello che hai già visto prima, è più simile a un inferno che a un luogo in cui le persone possono vivere, e infatti qui non si vive: si sopravvive. Niente acqua calda, niente toilettes se non quattro sparuti toy-toy, scarsa assistenza medica, fornita da quei grandi di Médecins sans Frontières, cibo fornito dalle organizzazioni indipendenti, spazzatura ovunque. Muri che parlano della disperazione che ci circonda.

Maiulhaq ci raggiunge sul lastricato di cemento su cui Abdul ed io ci siamo seduti per parlare: della sua storia, della possibilità di ottenere l’asilo in Svizzera o Germania, di un’ipotetica, impossibile domanda attraverso l’ambasciata, della polizia bulgara che gli ha spaccato le braccia e il naso e dei fottuti smugglers che ti prendono i soldi e ti abbandonano nei boschi. Peggio, ti vendono alla polizia, così guadagnano due volte. La realtà è sempre più brutale dei report, così come l’orrore dei campi di detenzione ungheresi e bulgari quando vedi le ferite, quando puoi ascoltare una storia con le tue orecchie. Mi destabilizza e m’interroga: “È questa l’Europa del 2017? È questo che abbiamo costruito?”

I racconti si moltiplicano: c’è questo ragazzino appena quattordicenne, detenuto per sei mesi, la testa rotta a calci, frustato per quattro volte con i cavi eletrici, portato davanti al tribunale a Sofia e poi ributtato in Serbia, come fosse spazzatura. È qui da solo, racconta la sua storia per l’ennesima volta a un’operatrice italiana che mi chiede come imbastire un report per una denuncia all’Alta Corte per i Diritti Umani. Quali domande fargli, come aiutarlo. È afgano, non ha documenti, glieli hanno distrutti in Bulgaria insieme al cellulare e alla speranza in un mondo migliore. Guardo questo bambino a cui sono spuntati dei radi baffetti adolescenziali e guardo Alice e i suoi begli occhi verdi. Non ho risposte.

Anche Abdul e Maiulhaq sono afgani, come la metà delle persone che sopravvivono in questo luogo dimenticato da Dio. Rifugiati di seconda classe gli afgani, meno rifugiati degli altri, ma torturati, rapiti sui monti al confine tra Iran e Turchia esattamente come gli eritrei in Libia: o paghi il riscatto o gli smugglers ti fracassano di botte.

Maiulhaq è sordo, e muto di conseguenza, e ha sedici anni. Ci avvicina silenziosamente e saluta a gesti. Abdul risponde con un gesto e anch’io mi unisco con un sorriso. Il giovane uomo s’illumina, tempo fa ho studiato il linguaggio LIS italiano: non è la stessa lingua ma il linguaggio dei gesti è universale se accompagnato da un po’ d’amore, e si ferma con noi. È disperato. È qui da solo. È stato arrestato due notti fa mentre dormiva nei boschi intorno a Sid, un minuscolo paese al confine con la Croazia, dove sperava di riuscire ad attraversare il confine. Lo hanno preso insieme ad altre settanta persone e lo hanno riportato qui, a marcire tra le baracche di Belgrado. È qui da quattro mesi e non sa come andarsene. Racconta a gesti, con l’aiuto di Abdul, del freddo durante l’inverno, degli arresti, delle botte, racconta anche che in Afghanistan era felice, andava a scuola, mentre qui non fa nulla se non graffittare la sua disperazione sui muri delle baracche. Ha lasciato il Paese perché i talebani gli hanno sparato da un elicottero. Questo pezzo del racconto diventa difficile da capire bene perché bisognerebbe avere carta e penna, ma ne siamo sprovvisti. Il pezzo di mattone con cui scriviamo sull’asfalto non basta più, ma a fugare i dubbi sulla veridicità di quanto ci dice bastano le escrescenze carnose che ha sulla testa, residuo del colpo di fucile che lo ha sfiorato. Un altro proiettile è conficcato nella gamba ci dice.

Ci raggiunge Bilal, afgano, anche lui giovanissimo. Le ferite per il pestaggio subito nelle doccie alcune sere fa stanno guarendo ma una ferita più grande lo ha colpito oggi: uno dei suoi fratellini è morto in Afghanistan. Mi mostra la foto di un ragazzino di una decina d’anni, esanime in un camice d’ospedale. Vorrei scomparire, non so come si dice condoglianze in pashtun. Nessuno sa cosa dire, come consolarlo, nessuno lo abbraccia se non con lo sguardo, ma non è abbastanza. Bilal si sdraia supino sul cemento, guarda alternativamente il cielo e la foto del fratello morto sul cellulare, quando si rialza barcolla, è rallentato, sembra uno zombie. Lo rivedrò più tardi mentre annaffia un’improbabile aiuola di primule che ieri non c’era e che qualcuno oggi ha piantato. Forse lui, forse una simbolica tomba per il fratello. Difficile capire, impossibile da chiedere. Tre storie, tre inferni. Questa è Belgrado “old station”.

Qui da mesi sono accampate 1’500 persone che possono raccontare le stesse cose, gli stessi brutali pestaggi, gli stessi abusi, la mancanza di prospettive. Le persone che sono qui non possono e non vogliono chiedere asilo alla Serbia, che ha un tasso di riconoscimento inferiore al 50%, e non possono andare da nessun’altra parte. Siamo alla fine del mondo, alla fine di qualunque speranza.

Per fortuna che ci sono loro, unica consolazione a tanto degrado: i volontari. Questo gruppo straordinario di persone che arrivano da tutta Europa portando ottimismo, distribuendo pasti, cure, costruendo docce, aiutando in ogni modo possibile. In questi pochi giorni ho conosciuto Sandra e Dani, dalla Spagna, che grazie al sostegno di Nevia (https://www.facebook.com/en.n.via?fref=ts) e del suo team ticinese alla terza missione a Belgrado, hanno costruito delle docce mobili e due volte alla settimana preparano le razioni alimentari da distribuire ai disperati che dormono nei boschi intorno a Sid. Ho conosciuto Christiane di MedVint, un’associazione zurighese già attiva in Grecia e Turchia che provvede all’aiuto medico (https://www.facebook.com/MedVint/?fref=ts). Ho conosciuto Marialaura del gruppo di Verona: vengono qui ogni week-end per distribuire cibo, permettendo agli altri volontari di riposare.

Questo è il mondo che vorrei, queste sono le persone che riempiono la vita di amore, di pace, vicinanza e calore. Se fossero tutti così, se fossimo tutti così. È così difficile immaginarlo? Sono a Belgrado, alla fine del mondo, sono nel luogo in cui anche i diritti più elementari sono negati. Ma qui c’è tanta umanità, ma così tanta umanità, da spazzare via tutte le brutture del mondo.

Maiulhaq mi accompagna a vedere i sui disegni sul muro, sorride, mi resta vicino fino a quando non lascio il campo:
– “Ci vediamo domani” mi dice, a gesti.
– “Ci vediamo domani.” gli rispondo.

Sarà dura, molto dura lasciare Belgrado, lasciarli qui. Io ho il mio privilegio in tasca, loro una disperazione così grande che non si può raccontare.

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!