È finita tra Foa e Trump?

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Prima di tutto, umanità per favore. Non si scherza né con gli affetti né con la tristezza. Se un nostro amico scopre un tradimento dopo aver creduto alla moglie per tanto tempo o se una nostra amica viene lasciata senza motivo noi non ne ridiamo. Quindi essendo a tutti gli effetti pure questa una storia d’amore – diverso, intellettuale, ma siamo lì – non ne ridiamo noi come speriamo non lo facciate voi lettori. Però tra Marcello Foa e Donald Trump le cose scricchiolano pericolosamente.

Il primo editoriale di Foa – ce ne sarà un secondo, come vedremo –, uscito stamattina sul CdT, ci racconta lo stupore che l’amministratore delegato del gruppo prova di fronte alla scoperta che il tanto celebrato – da lui e dalla gazzetta del Ku Klux Klan, ma vabbè – Trump era ed è fuffa al quadrato. Ci sono tutti gli ingredienti del distacco: lo smarrimento, la delusione, il “ma io credevo…” C’è la delusione per la (penosa) gestione del tentato affossamento dell’Obamacare, c’è il rammarico del benservito consegnato senza neanche una stretta di mano agli amici di un tempo, Flynn e Bannon, c’è il ridere amaramente della scelta di puntare (nel 2017!) sul carbone, c’è la drammatica presa di coscienza che oh no, Trump non è l’isolazionista pacifista in contrapposizione alla “guerrafondaia Hillary” che credevano solo lui e qualche simpatico antimperialista. E tutto questo, il povero Foa, l’ha scritto – e questa è sfortuna – qualche ora prima dei 59 missili lanciati su ordine di Trump su una base siriana. Difatti, poco prima dell’ora di pranzo, sul sito del CdT abbiamo potuto apprezzare il pezzo uscito sul cartaceo stamattina in versione rinfrescata, con ancora più dolore, ancora più sofferenza, ancora più pathos. Con una chiosa strappalacrime, da vero innamorato tradito: “Resta una sola flebile speranza: che si tratti di un riposizionamento transitorio e non di una resa. Che l’uomo sia capace di riscattarsi. Ma probabilmente, a questo punto, più che una speranza è un’illusione.

Foa il primo pezzo, quello sul cartaceo, l’ha chiuso chiedendosi se Trump si fosse anestetizzato o normalizzato. Ci permettiamo di ricordargli come da ormai un anno un grande amico degli Stati Uniti e della famiglia Bush, un giornalista di provata fede conservatrice, uno che non ha bisogno di blog e celebrazioni social per alimentare la sua fama di battitore libero come Giuliano Ferrara, appelli Donald Trump: “Impostore”.

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