Forza Macron

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Prima di chiederci chi voteremmo, o chi ci ispira più fiducia tra gli 11 candidati al primo turno delle presidenziali francesi, occorre farsi una domanda. Che futuro vogliamo? Perché a rivangare il passato si è bravi, chi più chi meno. A dipingere mondi meravigliosi non lo si è altrettanto: sono i tempi che viviamo. E la prima cosa da fare, chiedendoci appunto che futuro vogliamo, è diffidare di chi arriva con (fantasiose) soluzioni pronte e demagogiche.

E in questo, occorre dire quanto in pochi, pochissimi hanno avuto il coraggio di far notare. Se Marine Le Pen fa clamore per le sue posizioni xenofobe (le stesse del comunista Marchais all’inizio degli anni ’80) e per il suo programma economico (da sagace battuta di Fillon, copiato dal PS sempre degli anni ’80), per il suo razzismo e per le sue dichiarazioni di guerra all’Europa beh, con Jean-Luc Mélenchon il rischio in materia diplomatica, economica e che la frattura sociale di chiracchiana memoria si allarghi non è inferiore. Certo, un simpatico signore di sinistra suscita molto meno sdegno della figlia di cotanto padre. Certo, nel tout sauf Le Pen imperante capita che a sinistra – vista la parodia di candidato che è il socialista Hamon – si preferisca il tribuno Mélenchon, definito l’altro giorno da Le Temps “un incrocio tra Danton e Robespierre”. Ma a populismo e demagogia, ripeto, siamo lì, e ciò rammenta a noi tutti come l’arte della facile retorica non sia proprietà esclusiva dell’estrema destra.

Questa, rischia di essere la prima elezione dove al secondo turno non troverà spazio nessuno dei partiti tradizionali. I sondaggi valgono poco o niente, essendo la distanza tra i quattro favoriti inferiore al margine d’errore. Ma ultimamente sembra che il trend sia favorevole a Marine Le Pen ed Emmanuel Macron. E qui veniamo al dunque.

I partiti tradizionali sono in crisi, si diceva. Il PS dopo aver cannoneggiato il proprio Presidente della Repubblica ora si rende conto di aver condotto un’azione politica francamente poco illuminata. I Républicains hanno lo stesso problema che avevano i precedenti RPR e UMP: sono un coacervo di anime e posizioni. I dirigenti hanno avuto la bella pensata di organizzare delle primarie che son diventate un bagno di sangue, il quale ha portato a una candidatura – quella di Fillon – massacrata dall’interno e dall’esterno per mesi. Ma che è ancora lì, comunque. E poi? E poi c’è un alieno: Emmanuel Macron. L’uomo nuovo, che finalmente ha definito quale sia nel 2017 il concetto di “progressismo”, che sta facendo piazza pulita di categorie desuete come “destra” e “sinistra”, che propone qualcosa di nuovo. A partire dal parlare convintamente, unico tra gli 11 candidati, di Europa nel momento di massima crisi istituzionale ed economica del continente. E davanti a queste macerie, perdonerete, importa il giusto che abbia lavorato alla Rothschild. In America per sbarrare la strada alla “donna di Wall Street” molti coerentissimi compagni hanno salutato la vittoria di Trump dicendo che tanto era uguale. Diranno lo stesso anche se vincerà Madame Le Pen?

Macron è l’ultima speranza. La mitica gauche è salita al potere tra fanfare e squilli di tromba cinque anni fa con l’unico risultato che è quello sotto gli occhi di tutti: un candidato ectoplasma e un’emorragia di voti verso un giacobino con nostalgie – e ricette – vecchie di secoli e una novità, energica e fresca, rappresentata da Macron.

Al popolo francese votare. A noi, interessati spettatori, sperare che le lancette della storia vadano verso il futuro e non verso un passato, da ambo le parti, non proprio glorioso.

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