La festa terrona di Pontida

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L’acqua con l’ampolla del Po, i richiami celtici e gli elmi cornuti lasciano il tempo che trovano, e lo dimostrano i “terroni a Pontida”, 4’000 facinorosi sudisti che non si vergognano delle loro origini e che le contrappongono a quelle della Lega Nord.

Pari dignità tra nord e sud in una kermesse che si è svolta proprio a Pontida, sedicente feudo della Lega medioevale, quella del Carroccio, di Alberto da Giussano, quella delle presunte origini celtiche alla Bravehearth e di tutti quei simbolismi che sanno di taroccato lontano un chilometro.

Ed ecco allora che i “terroni” rispondono alla discesa di Salvini a Napoli del mese scorso con creatività, fantasia e astuzia tutte meridionali, espugnando metaforicamente il fortino della bergamasca. Una kermesse di festa, musica e panini alla ‘nduja, con centinaia di agenti a presidiare una festa serena e senza nessun incidente. “Qualcuno pensava che oggi venissero Unni e Visigoti. Non è così. Siamo venuti a portare un messaggio di fratellanza”. Così ha detto Massimiliano, bassista dei 99 Posse, storica band campana.

Per alcuni queste sono solo boutades, o simpatiche piazzate folkloristiche, in realtà sono fondamentali segnali, battute d’arresto di quella che sembrava l’inarrestabile verde fiumana leghista. I “terroni a Pontida” ci raccontano che ognuno deve poter avere il suo posto, e poter essere padrone non solo a casa sua, ma in tutto il suo paese. Ma soprattutto ci raccontano che un padrone non è necessariamente un despota, ma anche uno che si prende delle responsabilità, che crea futuro con lungimiranza, apertura e intelligenza.

Oggi Salvini, quello che ieri faceva i cori sui napoletani, è un po’ meno importante. Oggi, una parte della società, composta magari da pezzenti, da ragazzi dei centri sociali, da immigrati ha detto la sua, ha dimostrato che esiste, e lo ha fatto con garbo, senza arroganza. Incrinando però così l’insulsa rabbia leghista.

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