La Passione di Cristo e le tradizioni popolari – Fra devozione e fanatismo

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Per i Cristiani la Pasqua è l’evento centrale e il cardine della Fede, sicuramente la festività celebrata in modo più articolato e a cui sono legati innumerevoli riti e tradizioni popolari, soprattutto nel Sud Italia e nei Paesi di antica tradizione cattolica come la Spagna, l’America Latina e le Filippine.

Il Venerdì Santo, in particolare, è probabilmente il momento della Settimana Santa in cui si concentra la maggior parte delle celebrazioni popolari: che sia vera, presunta o romanzata, la vicenda del supplizio di Yeshua Ben Yosef, meglio conosciuto come la Passione (nel senso greco di sofferenza, da pathos) di Gesù di Nazareth detto il Cristo, è la storia di una sofferenza umana e di una fine orribile. Al di là di ogni prospettiva escatologica sulla Salvezza Eterna, quello che ha da sempre colpito il popolino, gli umili, è stata la figura, per la maggior parte degli studiosi storicamente concreta, di un uomo che, pur essendo ritenuto Figlio di Dio, affronta un’indicibile sofferenza: tradimento , flagellazione, sputi e offese e lenta agonia e morte per asfissia su un pezzo di legno sono le tappe di un percorso talmente doloroso che i termini Calvario e Via Crucis entreranno nell’uso comune come sinonimo di cammino di sofferenza, e non è dunque un caso che sia proprio la Passione ad essere oggetto di rievocazioni ritualistiche di vario genere e di origine spesso antichissima in varie parti del mondo.

L’idea della condivisione della sofferenza fisica del Cristo è alla base di una tradizione di origine secolare, il rito dei “Vattienti” o Battenti, che si svolge con modalità simili in alcuni piccoli paesi della Calabria e della Campania durante il Venerdi Santo e che trae probabilmente origine dal fenomeno medievale dei Flagellanti, ovvero coloro che si autoflagellavano per sentirsi vicini a Gesù nella sofferenza, raggiungendo in alcuni casi l’estasi mistica attraverso il dolore, idea molto in voga nel Medioevo (famosissimo il testo di Jacopone da Todi “O Segnor per cortesia manname la malsanìa”).

A Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro, i Vattienti , vestiti con una maglia nera e un pantaloncino che lascia del tutto scoperte le cosce, con in testa una corona spinosa di asparago selvatico (sparacogna), si bagnano le gambe con un infuso di acqua e rosmarino, dalle proprietà cauterizzanti, per poi battersi ritmicamente le cosce (da cui il nome) prima con la “rosa”, ovvero un pezzo di sughero levigato, per aumentare il flusso sanguigno, e poi con il “cardo”, ovvero un altro pezzo di sughero su cui sono saldate tredici scheggie di vetro, a rappresentare Cristo e i suoi discepoli. Con le gambe così sanguinanti, e legati con una cordicella all’Ecce Homo, ovvero un’altra persona a torso nudo che rappresenta il Cristo davanti a Pilato, i Vattienti compiono il giro del paese, flagellandosi davanti alle chiese e alle edicole dei Santi e visitando amici e parenti. Di particolare impatto è l’incontro con la statua della Pietà, detta della Vergine Addolorata, che contemporaneamente viene portata in processione: in quel momento il vattiente si prostra in ginocchio, prega, si autoflagella e versa il sangue davanti alla Madonna in segno di devozione, per poi terminare il giro, ripulirsi con lo stesso infuso di partenza e unirsi alla processione.

Un’analoga processione si svolge la notte fra il Giovedi e il Venerdi Santo a Verbicaro, in provincia di Cosenza, dove i Battenti percorrono il paese dopo essersi flagellati, spargendo poi il sangue sulle porte delle case, per poi lavarsi in una fontana intonando un canto religioso; molto diffuse anche le processioni dei Misteri, composte da uomini incappucciati e cinti da corone di spine che spesso portano in spalla pesanti croci o statue, come ad esempio a Isernia, a Orte (PG) o a Calitri, dove pare che la processione abbia avuto origine addirittura al tempo della Crociate a causa di un cavaliere che avrebbe portato con sé un pezzo della Vera Croce. Non mancano, ovviamente, le varie rappresentazioni sceneggiate della Via Crucis e della Crocifissione, in genere con devoti volontari che portano in spalla grosse croci finendo anche per essere appesi ad esso, in genere per mezzo di corde.

A volte si va anche oltre: nelle cattolicissime Filippine, dove nelle cittadine di San Fernando City, Paombong e San Pedro Cutud, durante il Venerdi Santo si arriva a vere crocifissioni con veri chiodi piantati su mani e piedi; il desiderio di espiare i propri peccati viene inoltre espresso in modi che definire autolesionisti è un eufemismo: frustate sulla schiena, autoinferte o meno, corone di spine fatte di fino spinato, lunghe processioni in ginocchio, non manca nulla nel catalogo della sofferenza autoinflitta.

Di particolare interesse etnologico e di origine antichissima, tanto da essere considerata forse la più antica espressione di dramma sacro, sebbene non cruenta o dolorosa come le suddette celebrazioni, è infine la Festa dei Giudei che si svolge ogni anno dal Mercoledi al Venerdi della Settimana Santa a San Fratello, in Sicilia, comune noto per aver conservato un antico dialetto gallico unico in tutta la Sicilia: i Giudei indossano un costume composto da calzoni e giubba finemente lavorata con lustrini, e un cappuccio (sbirijàn) con sopra il simbolo della croce sia sulla fronte sia sopra una lunga lingua esterna di cuoio, portano al polso delle catene (disc’plina, una sorta di variazione del flagello), ricordano nell’aspetto i legionari romani presenti in molte rappresentazioni. In questo singolare e quasi diabolico costume, giovani e giovanissimi imperversano per il paese per tre giorni suonando delle trombe militari per disturbare le silenziose processioni religiose, in una grottesca e iperbolica rappresentazione dei Giudei come gli “uccisori di Cristo”, concezione profondamente radicata nel Medioevo, per poi “pentirsi” e togliersi devotamente il cappuccio alla fine del Venerdi Santo e unirsi agli altri fedeli. Anche qui, tuttavia, pare vi sia un fondo di violenza alla base: il cappuccio deriverebbe da quello imposto agli Ebrei dall’Inquisizione durante le processioni pasquali, in modo da renderli grotteschi e mostruosi, quasi diabolici (da qui la lingua di cuoio con sopra incisa la croce, quasi a sottolineare la loro blasfemia) e identificarli chiaramente e renderli oggetto di scherni, quando di non vere e proprie sassaiole, una sorta di vendetta per le sofferenze inflitte a Cristo.

Fra Battenti, veri crocifissi e flagellanti, insomma, la contrizione popolare per la Passione di Cristo trova in tutto il modo varie forme di espressione: uno studio dell’aspetto umano e genuino di tali forme estreme di devozione, che non le consideri unicamente alla stregua di superstizioni, potrebbe essere la chiave per comprendere, in questi tempi difficili, cosa spinge l’individuo a compiere qualsiasi atto in nome di una fede, e a capire, forse, dove finisce la devozione e inizia il vero fanatismo.

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