Pontiggia e la sfida a Foa

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Quello che è successo recentemente tra Marcello Foa e Fabio Pontiggia non è solo una scaramuccia di potere tra due personalità forti. Ai più è forse sfuggito come sia in atto una lotta tra un giornalismo schierato, berlusconiano e approssimativo (vedi fake news riportate come reali) e uno legato, seppur di destra, a una correttezza professionale che garantisca al lettore di non essere preso per i fondelli.

È diverso tempo che, con la nostra testata online, facciamo notare la discrepanza tra Foa, amministratore delegato che non dovrebbe interferire, proprio per il suo ruolo, con la linea editoriale del giornale, e Fabio Pontiggia, che ha sempre avuto, nonostante le sue simpatie di destra, un certo gentlemen’s agreement.

Perché il ruolo di direttore di un giornale è molto delicato se fatto seriamente. Non solo guida i giornalisti e deve verificare quanto si pubblica, ma deve anche metterci la faccia di fronte ai lettori e garantire loro l’onorabilità della testata. Non c’entra il colore politico. Indro Montanelli, sventolato come una bandiera da Foa, mandò a quel paese Berlusconi e se ne andò serenamente dal suo Giornale. 55 dei suoi giornalisti lo seguirono, a dimostrazione della levatura del direttore. Montanelli ebbe a dire una frase che riassume perfettamente il concetto, che è in fondo lo stesso che regge il sistema democratico nella separazione tra potere giudiziario e politico: “Berlusconi è il proprietario del Giornale, Montanelli il padrone”.

Il direttore è, giustamente come diceva Montanelli, il padrone, ovvero colui che deve garantire il successo e la credibilità del prodotto che è chiamato a promuovere e dirigere. Influenze e pressioni esterne della proprietà e del settore amministrativo finiscono, come infatti è successo, per minare la credibilità del CdT. E ci sono poche cose che fanno soffrire un direttore come vedere il lavoro di decenni bruciato in un paio d’anni da articoli faziosi e fake news.

Le interferenze dell’amministratore delegato Foa, e cioè chi gestisce l’apparato finanziario, non possono in alcun modo inficiare la linea del giornale. Foa, dispotico e invadente, ha in fin dei conti messo in ridicolo Pontiggia, dando a intendere che quest’ultimo non aveva in mano in realtà le redini del Corriere.

Nonostante le distanze ideologiche che ci separano da Pontiggia, sarebbe la persona che vorremmo avere di fronte in un duello d’altri tempi, fatto di onore, dignità e rispetto. Sembra che ora la misura sia colma e che una resa dei conti tra i due sia l’imprescindibile condizione per garantire al Corriere del Ticino di rimanere una testata perlomeno credibile. La recente emorragia di abbonati dovrebbe infatti far riflettere i proprietari del Corriere.

Per questo risulta incomprensibile l’intervista di Bertagni, vicedirettore de laRegione, a Marcello Foa pubblicata nell’edizione di ieri. Un’intervista che prende spunto dall’articolo di Foa sui 150’000 riservisti americani richiamati da Trump che nessun’altra testata ha riportato. Bertagni si perde nel chiedere a Foa, che dovrebbe essere il reo, quale sia la deontologia e come si possano evitare le bufale. E chiede allo stesso Foa come possano oggi i media tradizionali mantenere la credibilità.

Facile, seguendo le regole che hanno seguito persone come Montanelli e Biagi. Persone che hanno pagato la propria coerenza con l’esilio mediatico. Gente come Ferruccio de Bortoli, gentiluomini della carta stampata. Gente che ci metteva la faccia, verificava ed era garante presso i lettori della purezza adamantina di un ragionamento, della schiettezza delle parole.

Non c’è bisogno di guardare avanti, alle nuove tecnologie: è sufficiente voltarsi indietro. Per esempio ascoltando Bernardo di Chartres, che operando come filosofo nel dodicesimo secolo, scrisse:

«Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.»

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