Sono una mamma e sono sana di mente (quasi sempre)

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“Penso che se una donna sceglie di fare la mamma, compie una missione così importante che è giusto che possa seguire i propri figli. Dividersi fra lavoro e figli lascia i bambini, finché sono piccoli, non contenti.” “Se è una scelta sì (quella si fare figli). Dovrebbe poter compiere la missione di diventare madre coi figli piccoli…” “Fare figli non è un obbligo. Se una persona non è adeguatamente capace dai punti di vista emotivo, affettivo e economico non è obbligato ad avere tanti figli, sarebbero loro a perderci.” “…c’è la consapevolezza che lavorando con bambini piccoli si fa male la madre, dato che bisogna capire cosa serve ai figli, non cosa si può dar loro. A volte, messe davanti ai bisogni dei figli, le donne si sentono in colpa”. “È una visione realistica: una donna sana di mente che può stare vicino ai propri figli capirà meglio i loro bisogni”.

Queste sono solo alcune frasi estrapolate da un’intervista di Kathy Bonatti, interpellata dopo l’uscita infelice di Paolo Pamini sulle donne che lavorano. Vorrei ringraziare la signora Bonatti di tutto cuore per avermi dato della pessima madre, a volte poco concentrata sul lavoro perché preoccupata per la salute dei miei figli, schiacciata dai sensi di colpa, non sana di mente perché non sono abbastanza vicina per capire i bisogni dei miei figli. Eppure sono una mamma, una moglie, una casalinga, una lavoratrice, una donna, un’amica, una compagna che vive in questa era avanzata e moderna e se la cava anche abbastanza bene. Ho cresciuto, anzi, sto crescendo due figli di età diverse, ho un lavoro che mi piace molto, una vita sociale più o meno piena, amici pochi ma fidati, tempo libero. Dopo aver letto le sue affermazioni mi sono alzata dal divano, sono andata alla finestra e ho guardato fuori per controllare se nel frattempo non fossimo tornati indietro nel tempo, quando la donna contava quanto un due di picche, doveva conoscere a memoria il manuale della perfetta casalinga, sfornare dolci e figli senza possibilità di replica e la sera accogliere il marito stanco (lui sì che ne aveva diritto) dalla giornata lavorativa con sorriso, aperitivo già in mano (per lui si intende), tavola apparecchiata, cena al caldo, figli in pigiama pronti per la benedizione paterna e per andare a dormire.

Secondo la signora Bonatti o si fa la madre o si lavora. O hai un marito che guadagna bene da permetterti di rimanere a casa i primi anni, oppure non fare figli. Con il mio primo figlio sono tornata al lavoro quando aveva due anni, con il secondo quattro mesi. Se vuole può venire un giorno a casa mia, le offro un caffè e le presento i miei figli. A me sembrano normali, anche da piccoli li ho visti persino sorridere e ho sempre creduto di riuscire a capire i loro bisogni nonostante non fossi sempre vicino a loro. Perché, diciamocela tutta, non tutte le donne sono uguali, non tutte le donne hanno il marito ricco, non tutte le donne si sentono realizzate solo facendo la madre. Forse lei non ci crederà, ma conosco donne che si sentono felici ed equilibrate scegliendo di seguire i figli a tempo pieno, altre tornando al lavoro, altre ancora scegliendo solo la carriera. E nessuna di queste donne va giudicata come ha fatto lei. Fare figli non è un obbligo, ha ragione , fare figli è una scelta. E se permette, scelgo anche di vivere la mia vita di madre e di lavoratrice come è meglio per me e per la mia famiglia, senza giudicare le scelte delle altre donne. La mia esperienza mi ha portato a capire che so di non poter essere una donna felice solo facendo la mamma. Perché amo la mia famiglia e i miei figli, ma amo anche il mio lavoro. Sto vicino ai miei figli, loro sanno di poter contare sempre su di me.

Passo del tempo con loro, posso contare sull’aiuto dei nonni, di un marito presente e di un lavoro privilegiato sotto molti punti di vista. Perciò signora Bonatti, la prossima volta che deciderà di dare delle cattive madri al mondo delle mamme lavoratrici, che lo fanno per scelta oppure no, guardi fuori anche lei dalla finestra. Il mondo non si è fermato al Medioevo.

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