Toc toc, c’è Burkhalter?

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Dov’è finito Didier Burkhalter? Nei giorni scorsi i quotidiani romandi hanno dedicato ampio spazio al fatto che il ministro degli esteri ormai sia sparito dal dibattito e dai radar della politica.

Si è letto in questi articoli che è stufo, che non abbia più sprint né entusiasmo, che nello scacchiere internazionale non conti più molto. E in effetti sembrano passate ere geologiche dalla crisi della Crimea di due anni fa, ovvero quando Burkhalter fece la parte del leone e la sua aura divenne talmente splendente da immaginare per lui persino un futuro nella diplomazia internazionale. Eppure no, niente, Burkhalter è scomparso.

I maligni dicono che il suo mandato finirà nel 2019, a firma dell’Accordo quadro avvenuta, Accordo quadro che il liberale neocastellano giudicherebbe come apogeo della propria carriera politica. Il fatto è che non la pensano così alcuni suoi compagni di partito, per non parlare dell’UDC: un Accordo come quello che si sta – pare – profilando non avrebbe alcuna chance alle urne. E quindi mai come adesso servono le sue doti di mediazione e diplomazia. Ma mai come adesso la stampa è contro di lui. Non tutta, ma buona parte di quella “casalinga” e a lui affine – quella della Romandia – sì. E vuol dire molto.

Vanno benissimo le campagne di stampa, come fa parte del gioco che nel PLR si siano già aperte le manovre per la successione sia di Burkhalter sia di Schneider-Ammann. Va meno bene che, in un momento così delicato, il ministro degli esteri venga dipinto come stufo e annoiato. Sia vero o no, la Svizzera ha bisogno di una voce forte e autorevole. Tocca a Burkhalter stesso tornare a farla, o di salutare la brigata in anticipo nel caso fosse vero quanto indiscrezioni giornalistiche lasciano credere.

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