Anche la civica ha la sua storia

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Nel a tratti imbarazzante dibattito sull’iniziativa sulla Civica andato in scena ieri in Gran consiglio un intervento su tutti è stato degno di nota: quello di Nicola Pini. Non tanto per la sua dichiarazione di voto, ogni parlamentare è libero di votare come crede, ma per quanto detto in risposta ad alcune fantasiose, seppur lecite, affermazioni di Galeazzi sulla storia.

La storia non è un insieme di date, ma lo strumento perfetto per capire il passato, comprendere il presente e riuscire a immaginare meglio il futuro: questo è il succo del discorso di Pini. E la storia – va da sé – cammina di pari passo con la civica. Chi ieri e oggi ha esultato per “il ritorno della civica” ignora due cose fondamentali. La prima: la civica viene già insegnata, visto che sono presenti in altissime percentuali suoi elementi in tutte le materie umanistiche, come ribadito dalla socialista Pugno. La seconda: non è un caso che la materia si chiami “storia e civica”. Quando un docente spiega la democrazia greca, è giusto e normale che faccia vari excursus sui concetti di democrazia per finire a quella svizzera; affrontando la Rivoluzione francese è normale che si parli di costituzioni, e quindi anche di quella elvetica; quando si studiano gli Stati Uniti e il loro ordinamento, per forza si finisce a discutere di federazione di Stati e Confederazioni, con le rilevanti differenze che ci sono; in storia si spiegano le Landsgemeinde e le differenze tra cantoni. Potremmo andare avanti tutto il giorno.

Nessuno contesta l’importanza dell’educazione civica. Anzi, immaginiamo che i docenti si sarebbero assunti l’onere anche della materia indipendente con nota finale, se ci si fosse limitati a un aumento di ore. Il problema nasce se per far posto alla civica, vista l’impossibilità di operare sulla griglia oraria, a farne le spese saranno le ore di storia. E se come scritto prima fino a ora si è potuto – si passi il termine – “giocare” con i programmi, quando la civica diventerà materia a sé stante non si potrà più: si dovranno fare programmi specifici per la materia a parte, che difficilmente coincideranno con quelli di storia o italiano. Non è un problema degli iniziativisti, che visto il nome abbastanza sui generis e acchiappafirme dell’iniziativa non si saranno nemmeno confrontati con la questione, ma saranno gli insegnanti di storia a sentirsi manchevoli nei confronti dei loro studenti per non riuscire a far capire chiaramente come i contesti di ieri abbiano prodotto le istituzioni di oggi.

Per tutti questi motivi la sensibilità verso la storia mostrata da Nicola Pini ha fatto piacere, ha rinfrancato, ha mostrato come anche in quell’Aula ieri qualcuno avesse a cuore l’insegnamento del passato. Anche se, come scrisse Aldous Huxley, “il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna”.

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