Cancellare Mennea e Günthör? Cancellare lo sport?

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Si può, si può, solo che fa male, come fa male qualsiasi fallimento. “In amore e in guerra si può tutto” dice un proverbio serbo. Figuriamoci in materia di sport, anche se lo sport, approfittando di un grande vuoto, è diventato, assieme al “mercato”, allo “shopping”, la religione del tempo. Dite che la religione non si cancella? Falso, Lutero ha cancellato il Papa in una Roma che per fare cassa rimetteva i peccati e le fiamme eterne: bastava pagare. Anzi la Chiesa aveva anticipato la Migros e l’Iperal: paghi uno – prendi due! Sino ad arrivare pagare un solo omicidio per due. Ammazzato l’amante della moglie, durante i periodi di indulgenze speciali, perché non ammazzare pure la moglie, a costo dimezzato? Ammazzi due, paghi uno. E i bolscevichi non hanno cancellato (sterminato) i Romanof? Gli Zar consideravano i contadini al pari delle bestie, infatti quando le proprietà dei baroni feudali passavano di mano passavano di mano pure le vacche, i “mugichi” (analfabeti) e i loro figli.

Cancellare i primati del primo sport olimpico sino al 2005? Un colpo di spugna sui colpevoli, i bari del doping, ma anche sugli innocenti, sui grandi andati avanti per fame, come Pietro Paolo Mennea che a fine carriera, sentendosi braccato dai giovani lupi (e dai “gonfiati”), aveva fatto

a chi scrive una proposta indecente. Procurargli un energetico svizzero miracoloso: il Supradyn! Che l’allenatore Vittori scoprì e gettò nel sacco della spazzatura, buttando subito il sacco. Ma se, com’è probabile, si arriverà a tanto, non cancelleremo solo i primati bensì una “filosofia”, per non dire una “religione”. Perché la nostra cultura è figlia dei pagani Greci che gareggiavano a Olimpia e consideravano solo il vincitore, ma anche dell’educatore cristiano Henry Didon, quello dell’ “altius, citius, fortius” (più in alto, più veloce, più forte!) ispiratore di De Coubertin ma anche della nostra vita, da quando siamo all’asilo sino a quando giochiamo nei pulcini e vogliamo vincere il derby Case di Sopra-Case di Sotto con i genitori a bordocampo a insultare l’arbitro che ha osato punire il futuro prodigio.

Ma ora: stop si scende, dicono i neo-luterani Svein-Arne Hansen, norvegese, e il baronetto Sebastian Coe, a suo tempo olimpionico nonché ammaliato dalla “maitresse” sadomaso

Margaret Thatcher. Obliterare sino al 2005. Obliterare il 19 e 72 nei 200 di Mennea, 8 e 95 di Powell nel lungo, il 22m e 75 di Günthör nel peso, ecc. O, semmai, trovare un “escamotage” semantico: chiamarli “primati storici o preistorici”, non accorgendosi nemmeno della contraddizione. Ma, come abbiamo visto, la Storia si può cancellare, oppure scrivere da un punto di vista dei vincitori.

Gli americani che hanno buttato la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki hanno vinto, dunque non sono criminali di guerra, figuriamoci, e nemmeno i futuri vincitori in Siria che hanno sistematicamente bombardato gli ospedali. Su come siamo giunti a tanto ci sarebbe molto da dire. Limitiamoci a constatare che il doping è frutto della religione del primato ad ogni costo, e qui siamo nel campo della nostra filosofia, (dopo la Luna, Marte) ma anche frutto della religione del mercato che Sebastian Coe conosce molto bene: lui e Ovett non si affrontavano, perché il perdente avrebbe visto diminuire nettamente l’ingaggio, il suo valore di mercato. La conseguenza: l’atletica basata non più sulla sfida fra i campioni, ma contro il tempo. La corsa al primato, con Zurigo in primo piano, che ha esasperato la necessità di superare i limiti a tutti i costi. Sino al doping sistematico, e alla perdita di ogni credibilità.

Il giocattolo è rotto. Rifarlo da zero è una parola, si tenta, e si spera che si faccia con l’unica arma che nello sport almeno, garantisce un futuro: l’onestà.

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