Della vita, della morte e degli eroi caduti

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L’ho trovato leggendo qui. Ci puoi leggere un sacco di informazioni. Tipo che in Cina sono oltre un miliardo e trecentoottantotto milioni. Tipo che noi e la vicina Italia abbiamo la maggior parte della popolazione che si stanzia tra i 40 e i 50 anni.

Ci leggi cose che ti dicono poco e molto. Ci leggi che in paesi come la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan ci sono un mare di bambini. Non so come faccia la gente in mezzo alla guerra a fare l’amore. Non hanno forse la tele, ok. Ma forse ci si aggrappa alla vita proprio quando il dramma fa l’onda grossa. Una via di fuga, si direbbe. A me pare da irresponsabili, riprodursi sotto le bombe e senza una casa, ma altrettanto vero è che a combattere la morte può esserci solo la vita. Quindi ho torto e ragione contemporaneamente.

Insomma, ci leggi un sacco di cose, nei numeri e nei fatti sulla popolazione del mondo.

Non ci leggi però le cose di ogni giorno, quelle che attraversano le nostre vite e le cambiano, di poco o di molto, pur restando noi un numerello in un sito.

Il mondo si scuote quando muore una star. Uno ricco e famoso, ma non solo: con una bella famiglia, i piedini al caldo, una faccia bella come quella di un angelo. Uno a posto. Uno che “ma cosa ti lamenti?”. Anzi, forse uno che non si era mai lamentato, almeno non agli show televisivi.

Uno che non puoi dire “ehhh, ma era consumato dalla malattia…”, uno che non puoi dire “si capiva in ogni suo gesto che sarebbe finita male”.

No. Uno che la sera, dopo il concerto, telefonava alla moglie e parlava coi bambini.

Uno ricco, famoso, idolatrato ma normale. Uno che pianificava i prossimi quattro giorni con la famiglia, se portare anche la suocera, dove andare per far divertire i ragazzi… uno così.

Uno che non aveva le pustole attorno ai buchi che si faceva nelle braccia. Forse li avrà anche avuti, in passato, ma i tempi del grunge di Seattle sono ormai archiviati. Eppure. Quei ragazzi là. Idoli infranti, lanciati a tutta velocità nell’incubo dei loro demoni.

Eppure io ci penso alla loro vita, alla loro morte, che poi siamo una cosa sola con demoni ed euforie, con risvegli dannati e nottate serene. Siamo una cosa sola anche con la loro musica. Con quei soli con in mezzo un buco nero, amici del litio di buona volontà, che scrivevano “noi moriamo giovani”, che giuravano di non avere una pistola ma, in fondo, avevano armi ben più potenti.

“Quelli lì”, quelli del grunge, avevano la loro depressione, mannaia e trampolino del loro successo. Una generazione di depressi, si direbbe oggi, ma depressi prolifici.

Ma ci eravamo arrivati anche noi, sai?, a capire che erano depressi. Cobain si fece esplodere la faccia in un garage a 27 anni, quando sotto il suo palco migliaia di persone gli avrebbero baciato i piedi.

Layne Staley, quello degli Alice in Chains che io ascoltavo come se fossero un mantra, ad un certo punto si è chiuso in casa ed ha scelto di morire di eroina ed infezioni schifose. Vabbè. Giovani, geniali e drogati.

“Le 50 canzoni più tristi e più belle di sempre”, cita un sito dedicato al Grunge. E graziecara, non è che il grunge era gli Earth Wind & Fire. Lì c’erano le anime spezzate. Idoli infranti sotto il peso della loro anima tormentata. E chissenefrega dei soldi.

Ma poi ci sono i sopravvissuti. Quelli che fanno solo un “-1” nella popolazione mondiale ma un sacco di gente resta lì, col naso in mezzo alla faccia, a chiedersi come cazzo sia possibile che uno di 50 anni suonati e con tutte le cose belle che si possono desiderare, abbia voluto farsi del male.

Io spero tanto che, tra qualche giorno, qualcuno ci riveli che Chris Cornell è morto malamente nel tentativo di fare quei giochetti autoerotici che io non posso capire perché non ho il pisellino e perché mi sembra un po’ estremo. Che non abbia VOLUTO farsi fuori.

Eppure questo fatto ci costringe a riflettere sul disturbo psicologico. Sono malattie vere. Come le cardiopatie o il cancro. E non sempre si guarisce. Anche se sei un idolo, hai chi ti ama ed hai l’età della ragione.

L’anima è dunque, forse, un organo vero? Io ci credo. Sono costretta a crederci. La malattia psicologica non è diversa dalle altre. Levarsi di torno -con tutti i nonostante del caso- non può essere un vezzo egoistico ma una scelta che diventa obbligata. Con gli psicofarmaci lì, a fare da bilancino tra le giornate discrete, quelle buone, e quella sbagliata, in cui prendi la scelta da cui non si torna indietro.

Ecco. Oggi il sito populationpyramid.net mi ha fatto pensare alla vita, alla morte: a quella dei famosi, come il pilota morto mentre andava in bici o la triatleta che è rimasta “agganciata” ad un camion, ma anche a quella dei tanti bambini che nascono a Mossul ed hanno speranze di vita che se leggessi la percentuale rideresti, ai vecchi tra i 90 e i 98 anni che in Italia costituiscono lo 0,8% della popolazione e chissà quante ne hanno viste e quante non ne vorrebbero vedere più, al Gambia, una nazione-nursery in cui, a guardare i numeri, sembrerebbero da riporre le speranze di rinnovamento dell’umanità.

E niente, e poi ci siamo noi, che facciamo “uno” in mezzo a questo oceano ma che, come si sa, proprio come fanno “quelli là”, possiamo decidere se l’onda sarà buona o no.

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