I figli dello stupro

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Un fatto sconosciuto ai più, ma che ci lascia stupiti e incuriositi, è quello dei figli degli italiani in Eritrea. Nipoti dei coloni italiani prima della guerra, hanno nomi italiani, anche se i nonni non li hanno mai riconosciuti a causa delle leggi razziali fasciste del 1937.

Molti di loro hanno studiato alla scuola italiana e tra loro parlano anche la lingua dei nonni. Per loro non c’è più speranza che per gli altri. L’ironia è infatti in quelle leggi razziste, coloniali e inique, che impedivano il riconoscimento dei figli avuti nell’ambito di rapporti tra le due etnie. Secondo le leggi di allora, la relazione con un’indigena poteva essere punita fino a 5 anni di carcere, quando per relazione si intendeva un rapporto umano vero e proprio. Lo stupro non solo era tollerato, ma i tribunali addirittura assolvevano chi se ne rendeva colpevole. Scoparsi una negretta in un angolo anche se lei non voleva era un problema di dettagli. L’oscurantismo e il razzismo imperanti nella società coloniale consentivano lo stupro ma non l’amore. Questa intolleranza da padroni coloniali, vigente in tutta Europa, avrebbe poi gettato le basi per il peggiore eccidio della storia umana, ma le leggi sono leggi, e non vanno violate.

Eccoci qui dunque, pensando nemmeno tanto casualmente al caso di Lisa Bosia e assimilando la sua presunta violazione della legge, con altre leggi agghiaccianti che erano accettate da tutta la popolazione. Leggi che oggi nemmeno il peggior leghista si sentirebbe di condividere (o almeno vogliamo sperarlo). Leggi create da una presunta superiorità etnica e invece dovute semplicemente alla violenza del più forte. Sono i vincitori infatti a scrivere la storia e a fare le leggi.

Si stimano in 5000 i figli meticci dell’occupazione italiana, abbandonati dai padri solo in Eritrea. Poi c’erano anche la Somalia e l’Etiopia, ma in questi due paesi, più fortunati, è possibile per i discendenti degli italiani fare delle ricerche che permettano loro, una volta accertata la parentela, di vedersi assegnare la nazionalità. Per gli eritrei, ultimi sulla Terra, è impossibile, perché confrontati con una delle peggiori dittature a livello mondiale (e non siamo noi a dirlo). Il regime di Afewerki non solo impone la ferma nell’esercito per 25 anni, ma impedisce l’abbandono del paese legalmente. Per chi scappa non c’è speranza di ritorno.

Oggi una sottile speranza alimenta questi meticci, invisi sia all’Italia che al loro paese, poter dimostrare quella discendenza che in realtà non è dimostrabile. Si chiamano Crispi, Rossi, Bormida, ma sono neri anche se nelle loro vene scorre sangue veneto, laziale o lombardo.

Sono figli dell’amore o dello stupro e sono figli di una terra infame. Lorenzo Quadri e i suoi amici dicono che sono tutti, sempre, invariabilmente rifugiati economici. Non è vero che l’Eritrea è una dittatura, dicono. E vanno contro le più stringenti logiche pur di vidimare le proprie idee malsane e lavarsi la coscienza.

Mica butto fuori un poveretto che scappa dalla guerra, io ce l’ho solo coi rifugiati economici (come se scappare dalla miseria fosse una colpa). Il problema è che stranamente, quando si sentono parlare le gerarchie leghiste o UDC sono tutti invariabilmente rifugiati economici. Una farsa che dovremmo fortemente combattere a voce alta.

E purtroppo e tristemente, troppo spesso, le parole di Quadri e amici ricordano quelle di altri gerarchi, di altri tempi. Parole di odio e superiorità. Parole che sono indegne di un essere umano civile o presunto tale.

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