Il lavoro rende liberi

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Oggi ti capita spesso di sentire: “Ringrazia il cielo che almeno un lavoro ce l’hai.” Perché bisogna ringraziare per avere un lavoro. Bisogna ringraziare per poter fare la propria parte. Bisogna ringraziare per avere il privilegio di mantenere la propria dignità.

Nelle migliaia di anni passati, quando spiavamo le mandrie di Uri abbeverarsi al fiume e l’impero romano era ancora un sogno, ogni persona aveva un suo ruolo nelle tribù. Chi cacciava, chi sbozzava le travi, chi raccoglieva le bacche, chi intrecciava le ceste. Anche i bambini nel loro piccolo contribuivano, magari pescando qualche pesce con destrezza. Solo i vecchi, ma quelli vecchi forte, potevano restare in un angolo ad aspettare sereni la loro fine. Perché avevano dato tutto quello che potevano, e ne erano fieri.

150 anni fa, quando 6’000 ticinesi vennero espulsi dalla Lombardia austriaca, il governo federale di allora varò un gigantesco piano sociale. Migliaia di disoccupati vennero impiegati per quella linea Maginot che ancora a tratti attraversa le pendici dei monti sul piano di Magadino. I fortini della fame li chiamarono, con una certa ironia. Oggi il nostro governo non è in grado di garantire il lavoro. Non più. Non so cosa è successo in questi anni, ma quello che era un diritto è diventato, ora, quasi un privilegio.

Misure ridicole, pavide, inesistenti. E accanto a queste, strombazzate iniziative politiche soprattutto di partiti di destra che promettono l’eldorado ma si rivelano solo facciate in cartapesta di un luna park di quarta categoria. Oggi la sinistra dovrebbe festeggiare cosa? Il lavoro? Quale? Possiamo scegliere: vivere di nostalgia e festeggiare le lotte sindacali dei decenni passati, quelle che hanno costruito qualcosa che oggi piano piano si sta corrodendo. Possiamo festeggiare interminabili documenti programmatici, perfettamente funzionali e precisi ma che non creano uno straccio di posto di lavoro. Oppure possiamo ricordarci che assieme alla dignità del lavoro c’è la dignità di guadagnarselo, c’è la sana rabbia che ancora pochi sanno tirare fuori. Possiamo ribaltare il tavolo e imporre regole, o almeno provarci davanti al nostro popolo, anche sapendo che al 90% non saranno approvate.

E domandatevi se 70 anni fa coloro che iniziarono certe battaglie fecero conti da pizzicagnoli prima di scendere in piazza, nelle officine o nelle strade. Se fecero calcoli politici e di opportunità, o se lasciarono il loro cuore a guidarli, e se possiamo farlo anche noi una volta, una volta sola. Domandatevi cosa avevano nel petto i manifestanti a Ginevra nel 1932, quando sentirono il ferro degli zoccoli dei gendarmi sul selciato e cosa provarono quando fischiarono le prime pallottole che lasciarono 13 morti al suolo.

Perché il lavoro è il motore dell’uomo. Quello che facciamo dà la dimensione di quello che siamo e non fare nulla ti rende nessuno. Ad Auschwitz, incisa nel ferro, c’è una frase bellissima, che l’orrore dell’Olocausto ha ingiustamente fagocitato trascinandola con sé nel più schifoso fango: “il lavoro rende liberi”. Certo, rende liberi, rende consapevoli, rende partecipi. E il nostro Stato deve occuparsi del lavoro. Sennò non è uno Stato, sennò abdica al suo compito, che è occuparsi dei suoi figli. Buon 1 maggio. Buona festa del lavoro.

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