La jihad dello 0,02% della popolazione islamica

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Prima di entrare nel merito occorre sgombrare il campo da facili isterismi che anche i media hanno contribuito a diffondere sul pericolo della radicalizzazione (in questo caso si parla di radicalizzazione jihadista) in Svizzera. Veniamo quindi a dati reali, diffusi dal Servizio delle attività informative della Confederazione: dal 2001 ad ottobre 2015 sono state rilevate 75 partenze verso zone di conflitto; l’istituto di scienze applicate della Scuola universitaria professionale di Zurigo ha analizzato i casi di 66 giovani radicalizzatesi tra il 2001 e il 2015. A novembre 2015, 70 casi di radicalizzazione jihadista erano oggetto di indagine in Svizzera, 20 casi erano oggetto di procedimenti penali.

Ora la popolazione musulmana in Svizzera contava, secondo i dati del censimento del 2010, 296’000 persone, il 30% delle quali con cittadinanza svizzera. I 70 casi rappresentano quindi lo 0,02 % della popolazione musulmana in Svizzera. Enfatizzare il fenomeno, attribuirgli un’importanza non confermata dai fatti, contribuisce a diffondere una percezione distorta.

Ma che cosa si intende per radicalizzazione? Perché alcuni giovani si radicalizzano? Secondo il sociologo Khosrokhavar con questo termine si intende il processo che porta un individuo o un gruppo ad agire in forme violente collegandosi a una ideologia, a contenuto politico, sociale o religioso, estrema. Il fenomeno della radicalizzazione ha una dimensione oggettiva e una soggettiva, psicologica. La prima è legata all’esclusione sociale, al conflitto tra culture e religioni, alle politiche dei paesi occidentali nei confronti del medio oriente, la seconda è invece riferita a un individuo che si relaziona al gruppo, al carisma di un capo e ai valori di riferimento che è, nel caso dell’islamismo radicale, dominante.

La dimensione oggettiva e quella soggettiva possono essere presenti simultaneamente nei giovani che subiscono un’esclusione sociale, che hanno difficoltà nell’inserirsi nel mondo del lavoro, per ragioni che possono avere connotazioni razziste, che vivono in ghetti sociali (vedi le banlieues parigine), nei quali è poi facile cercare e trovare rifugio in gruppi che possono fornire sicurezza, forti valori a cui riferirsi.

Ma possono anche essere separati, nel caso per esempio di giovani appartenenti a classi agiate, ma che vivono un conflitto di valori, di fronte ad una società che non presenta più valori di riferimento positivi, che trovano invece, nell’islamismo radicale, punti di riferimento assoluti. Attribuire la radicalizzazione a una sola causa o dimensione è dunque insufficiente per capire il fenomeno. In esso entrano tutti e due gli aspetti.

In ogni caso non si può considerare il fenomeno senza tenere anche in considerazione il contesto storico globale, i conflitti che hanno coinvolto l’occidente e la penisola araba a partire dagli anni ‘90 del secolo scorso (Kuwait, Iraq, ecc.), il coinvolgimento occidentale nelle profonde trasformazioni dei paesi arabi (vedi Libia, Siria), la questione Palestinese. Da qui si sviluppa nell’Occidente l’ostilità nei confronti dell’Islam in generale, si parla di conflitto di civiltà, si contrappone un mondo definito libero e democratico a un mondo condizionato dalla religione, che porta alla nascita dell’islamofobia, non accompagnata spesso da una sufficiente conoscenza di ciò.

Occorre anche tener presente che questa ostilità non esisteva prima del 2001, della guerra degli USA con l’Iraq. Il contrasto Occidente-Islam, lo scontro di civiltà, si sviluppa infatti in queste dimensioni solo dall’inizio di questo secolo; non è sicuramente un caso.

Radicalizzazione, integralismo ed estremismo non sono inoltre prerogativa dell’islamismo: storicamente essi hanno una radice europea, perfino cristiana (un esempio per tutti l’inquisizione). Se pensiamo al fenomeno migratorio recente e alla questione dei profughi, sono pure estremisti coloro che incendiano i centri asilanti o coloro che compiono atti provocatori di questo tipo.

Come detto non possiamo quindi capire il fenomeno senza far riferimento alla destabilizzazione globale, alla logica di potere delle economie globali, che non hanno mai perso occasione per alimentare conflitti (Iraq, Afghanistan, conflitti locali in Africa, in Medio Oriente, eccetera), ai disastri ambientali seminati nel mondo da una visione economica centrata unicamente sul profitto. La radicalizzazione viene legata all’ISIS, ma dove trova l’ISIS le armi, i finanziamenti?

Torniamo a noi. Nel rapporto “Misure per la prevenzione della radicalizzazione” del luglio 2016, anche da noi coloro che si radicalizzano “hanno un’estrazione sociale, un livello di istruzione e uno status socioeconomico eterogenei e non esiste un profilo tipico…”. Nel rapporto si parla di misure di prevenzione, di raccomandazioni e di necessità di intervento. Nel rapporto però non si accenna alla reale dimensione del problema (vedi sopra); chi legge il rapporto senza riferirsi alla reale situazione può quindi essere indotto a darne una dimensione che supera la realtà dei fatti, contribuendo anche a diffondere un sentimento di paura con pericolose conseguenze.

Nel rapporto si parla anche del ruolo dell’integrazione, ruolo importante, ma sul cui concetto è necessario essere chiari. Cosa si intende per integrazione? A cosa ci si deve integrare? In una società che ha visto negli ultimi anni bocciate tutte le votazione in favore degli stranieri? In una società dove razzismo e xenofobia sono in preoccupante crescita (ma anche in tutta Europa), dove sui social network brillano commenti poco propensi alla tolleranza e al rispetto? In una società dove ancora è presente la discriminazione nei confronti del diverso? Dove per molti integrazione significa piuttosto assimilazione, cioè rinuncia alla propria identità per poter essere considerati cittadini a tutto tondo?

Come la mettiamo in questo senso? Ci si deve sentire perfettamente integrati, se si considerano quali sono i valori che purtroppo si diffondono, ci si deve considerare integrati con coloro i quali dividono la società tra i “noi”, che la pensiamo alla stessa maniera, e gli “altri”? Che questi ultimi si adeguino, se no fuori! Per finire: la campagna riguardo alla scorsa votazione sulla facilitazione della nazionalizzazione per le terze generazioni (terze!!) è molto significativa; per fortuna la maggioranza dei votanti ha votato più con la testa che con la pancia, ma a ognuno la sua valutazione.

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