Le due strade che la sinistra ha davanti

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Insoumis” fino alla fine. L’esito della consultazione tra i militanti che hanno votato Jean-Luc Mélenchon al primo turno è chiaro. In un sondaggio che – verrebbe quasi da chiedersi perché – non prevedeva una risposta a favore di Marine Le Pen (che in quel bacino viene data attorno al 20% da molti istituti di ricerca) è emerso che il 66% di loro voterà scheda bianca o si asterrà, il 34% voterà Emmanuel Macron. Non essendo un’elezione sul filo, non è detto che questa per Macron sia una cattiva notizia. Il carro repubblicano del leader di En Marche! sta iniziando a essere pieno, e passare cinque anni con il monopolio dell’opposizione dura e pura in mano a Marine Le Pen è rischioso.

La sinistra in Francia è in stato confusionale, e il cortocircuito è stato alimentato ieri da Yanis Varoufakis, economista greco ed ex ministro del governo di estrema sinistra di Alexis Tsipras, con il suo appello a votare per Macron. L’uomo che “ha lavorato per la Rothschild”, infatti, per Varoufakis non è né più né meno che “l’unico ministro in Europa ad aver fatto tutto il possibile per aiutare Atene”. Non male per uno che da alcuni viene dipinto come servo dell’UE, delle banche e dei poteri forti.

A formare questo stato confusionale ha fatto la parte del leone il non aver capito che la sinistra estrema non vincerà mai. Hamon è settimane che viene massacrato dai militanti della France Insoumise, ma sono la sua linea che ha spostato il PS verso gli estremismi di questa campagna e follie come il reddito di cittadinanza da quasi 400 miliardi di euro ad aver spinto i socialisti al 6%. Non è stata l’eredità di Hollande, finita nel voto di En Marche! con le dichiarazioni a favore di Valls, Le Drian, Lang e Cohn-Bendit, a far andare il PS incontro al disastro, ma la mancata consapevolezza che la sinistra davanti ha due strade: la coerenza inossidabile di una minoranza, la naturale evoluzione e l’affrancamento da ideologie morte e sepolte che può portare a una maggioranza.

L’esempio francese spiega – e lo faranno ancora di più le Elezioni generali in Gran Bretagna a giugno – che la questione non è più tra destra e sinistra. Nel 2017 le vere questioni sono altre. Apertura o chiusura; protezionismo o mondialismo; Europa sì, Europa no, Europa come; progressismo o conservatorismo. Non è facendo i giacobini o denunciando fantasiosi complotti delle banche che si vinceranno le elezioni, in Francia come altrove. Lo si farà guardando i problemi, e provando a risolverli con le carte che è dato avere in mano.

Quello che Macron ha insegnato alla sinistra è come non sia più sufficiente guardare al passato, ai testi sacri, agli idoli, giocando a fare i rivoluzionari pensando che quelli fossero bei tempi. Lo erano, forse. Ma sono cambiati.

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