Ma la RSI è ancora un servizio pubblico?

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No, verrebbe da chiederselo con tutti gli attacchi che ha ricevuto negli ultimi tempi (alcuni anche motivati, chiariamolo). La RSI, in certi momenti, sembra l’islam: colpevole di tutto, colpevole a prescindere, incapace di cose buone e sicuramente coinvolta in loschi progetti, almeno a sentire i detrattori.

A difesa della RSI, arriva però una cordata composta non proprio da ribelli filosovietici. Ne abbiamo già parlato ieri. Infatti, l’appuntamento con l’iniziativa “No Billag” si fa sempre più vicina. E come per le elezioni francesi, si formano le ali. Chi ritiene che, anche se perfettibile, la RSI abbia diritto di esistere soprattutto in quanto uno dei maggiori datori di lavoro in Ticino, e chi ne chiede lo sfascio in base a non si sa bene quale motivo.

Come diceva un mio amico in una metafora azzeccata, se devi scegliere tra farti cadere in testa una mela o un mattone, per cosa opti? Ecco, la No Billag è un mattone. Soprattutto per le migliaia di persone che, volenti o nolenti, collaborano con la RSI o ne sono dipendenti. Detto questo è vero che il precariato e i contratti a ore la fanno da padrone all’interno dell’ente, e vanno certamente combattuti, ma punire la RSI per questo sarebbe un idiozia di proporzioni galattiche, sarebbe come buttare tutta la cesta di uova per eliminare quelle marce. Comunque vanno perse in considerazione alcune cose.

La RSI dipende dalla SSR/SRG. Dipende per stipendi, finanziamenti, contratti. Il potere decisionale della RSI in periodo di vacche magre è decisamente ridimensionato. Se la sede centrale non sgancia i tagli sono forzati. Poi magari fatti col sedere, ma necessari.

La RSI è una televisione di qualità, checchesenedica: lo affermano spesso anche gli amici oltreconfine, che si rifanno alla nostra informazione perché ritenuta più seria ed equilibrata.

Il canone (finora riscosso dalla Billag, che aveva ricevuto il mandato dalla SSR/SRG) è alto perché la Svizzera è un paese quadrilingue. I costi sono giocoforza maggiori rispetto a un’offerta monolingua. Fa però ridere sentir parlare di soldi quando si è disposti a spendere altrettanto se non di più per le varie televisioni on demand. Solo un esempio: il pacchetto Sky cinema in offerta costa 29,90 euro al mese, che sono circa 360 euro per 12 mesi. Ma solo il primo anno, poi si sale a 550 euro.

La RSI difende la nostra democrazia, garantisce equità e pluralismo, mantiene il primato dell’italiano, lingua minoritaria in Svizzera, al saldo delle balle di Lega e company che vedono solo socialisti ovunque. Lo dimostra il fatto che il gruppo creatosi non si può proprio definire in odore di socialismo.

Staremo a vedere che succederà. Fare del male a una delle poche strutture che sono utili alla nostra terra sarebbe autolesionismo. Sarebbe bello invertire la tendenza e far capire per una volta che, come per la Posta, ci teniamo al servizio pubblico, e che abbiamo anche la forze per difenderlo e farlo cambiare.

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