Media, la lezione francese

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La libertà di stampa è sacra: questo portale l’ha sempre difesa, e sempre lo farà. Libertà di stampa significa però, a bocce ferme come in questo caso, mettere i puntini sulle i e notare come il sistema mediatico, anche in Svizzera, riguardo alle elezioni francesi abbia preso cantonate in serie e non abbia, spesse volte, capito un’acca di quello che stesse accadendo.

“Marine Le Pen può vincere”

Marcello Foa ha raggiunto vette altissime, sì, ma questo refrain si è letto più e più volte anche sulla stampa britannica e italiana. Come abbiamo già scritto in questi mesi: Marine Le Pen non ha mai avuto alcuna possibilità di vittoria, per diverse ragioni. Una è prettamente numerica, al primo turno come al ballottaggio il suo risultato è stato insufficiente e inferiore a ogni aspettativa; un’altra è squisitamente politica, perché era chiaro anche ai sassi che il successore di Hollande sarebbe stato chiunque fosse arrivato al ballottaggio con lei. Capiamo il bisogno di vendere copie e capiamo anche il gusto della provocazione, ma l’apoteosi del wishful thinking mal si presta all’analisi politica e alle dinamiche elettorali. Molti giornalisti dovrebbero chiedersi che taglio vogliono dare alla professione. Se si vuol fare analisi da osteria, la strada è spalancata. Se si vuole invece guardare in faccia i problemi e offrire ai lettori un’opinione – anche di parte, ci mancherebbe – ma comunque basata sulla realtà, e non sul proprio gusto, di passi in avanti da fare ce n’è ancora. E non lo si dice per reprimenda. Lo si dice perché sta a cuore a noi tutti che esercitiamo la professione la dignità della stessa.

“Per la prima volta il fronte repubblicano si è spezzato”

Nelle due settimane tra primo turno e ballottaggio, non si è fatto altro che scrivere del fatto che Nicolas Dupont-Aignan avesse dato il suo appoggio a Marine Le Pen. Peccato si siano dimenticati di dirla tutta. La stampa francese ha informato a più riprese che dopo l’appoggio, i 3/4 dei dirigenti del movimento di Dupont-Aignan si sono dimessi e che la base si è ribellata; lo stesso Dupont-Aignan si definisce gollista, e alleandosi con gli eredi di quelli che il Generale avrebbero voluto ucciderlo l’unica reazione autorizzata nelle redazioni era una fragorosa risata; dire – a maggior ragione davanti al risultato di Macron – che il fronte repubblicano si è spezzato perché un opportunista in cambio del posto da Primo ministro ha svenduto il suo movimento, facendosi abbandonare dai membri dello stesso come già detto, riporta al wishful thinking di cui sopra.

“Parigi è in crisi. Islamizzata, attentati dell’ISIS, banlieues. Tutto a favore della Le Pen”

Qui non giudichiamo. Apriamo Le Parisien di oggi a pagina 19 e leggiamo insieme i risultati di Emmanuel Macron nei vari distretti della capitale e delle sue banlieues: Parigi 89.7%, Hauts-de-Seine 85,6%, Seine-Saint-Denis 78.8%, Val-de-Marne 80.3%, Seine-et-Marne 63.9%, Essonne 72.2%, Yvelines 77.1%, Val-D’Oise 72,5%. Per anni abbiamo letto che c’era il grande rischio che il “sangue versato, la paura e il lassismo del governo” avrebbero portato dritti dritti tra le braccia del Front National: complimentoni per le previsioni.

“L’Europa è fragile, i populismi dilagano, l’UE in crisi”

Questo è il classico esempio di come un assunto in parte vero si trasformi in un lungo esempio di desiderata che lasciano il tempo che trovano, soprattutto se la scelta del giornalista è stata quella di affrontare seriamente la propria professione. Che l’Europa non stia vivendo un momento di grazia è assodato. Ma lo è altrettanto il fatto che i populismi siano fermi al palo: in Ungheria il referendum di Orbàn sul non accogliere i migranti è miseramente fallito, in Austria Hofer si è fatto battere due-volte-due da un candidato verde ed europeista, in Islanda i Pirati di Brigitta Jonsdòttir sono arrivati terzi e il movimento è in crisi, in Spagna Podemos e Ciudadanos sono risultati ben lontani dall’essere influenti, in Olanda Wilders è rimpallato su un muro, in Francia ha vinto il candidato più europeista. Distinguere fatti e opinioni è importante. Ecco, questi sono i fatti.

“Le élites hanno battuto il popolo”

Questa si è letta e sentita sia ieri sia dopo il primo turno. Senza entrare nel merito, su questo portale l’abbiamo fatto a più riprese, notiamo solo come sia quanto meno curioso che le élites siano il 66,1% dell’elettorato e il popolo sia il 33,9%.

“L’alta astensione è un problema”

Ecco. Facciamo un esempio terra terra e sulla bocca di tutti. L’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”, sulla quale si poteva votare pure dal divano, ha visto una partecipazione del 56,5%. Il 50,3% di questi, ha deciso un autentico tornante della storia recente elvetica. Alle strette: 1’463’854 persone su 5’211’426 aventi diritto ha deciso per tutti di approvarla. Sicuri sicuri di poter calare lezioni su affluenza e partecipazione?

Insomma, pronti a goderci la scena di editorialisti e giornalisti spintonarsi per salire sul carro di Macron – tutti bravi il giorno dopo –, abbiamo elencato qualche punto di questa campagna elettorale che a nostro parere non è stato affrontato nel modo giusto. Fatta salva la libertà sacrosanta di espressione e opinione, rimane che se ci si occupa di informazione e si ha la pretesa di essere corretti verso i propri lettori bisogna essere ancor più corretti verso i fatti. Poi l’opinione può essere condivisibile o meno. Ma il fatto resta. Come resta il rendersi sempre più conto che gli spauracchi populisti, alla conta dei voti, sono presenti più nella testa di certi media che nelle urne elettorali.

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