Ticino: un paese facile per i razzisti di periferia

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Che il nostro sistema giudiziario avesse, tra i suoi codici e codicilli, delle aberrazioni era già noto. La recente accusa nei confronti dei giornalisti del Caffè parlava di concorrenza sleale nei confronti della clinica Sant’Anna. La “giustizia” non metteva in dubbio una sola virgola di quello che dicevano i giornalisti, ma il loro accanimento. Cioè: puoi dire le cose vere, ma non troppo.

Una cosa simile era successa anche a me in un contenzioso con Boris Bignasca in merito a mie dichiarazioni sul di lui babbo. Il procuratore non mise in dubbio quanto dicevo, anzi, non entrò nemmeno in merito: non c’era, secondo lui, l’interesse pubblico per dire quelle cose e venivo dunque condannato. Ci sono voluti un bravo avvocato e un processo per ribaltare la sentenza. Lo stato mi ha risarcito addirittura, per cui la struttura non è del tutto marcia. Ma è problematica.

Come però sanno quasi tutti i giornalisti, troppo spesso in Ticino per avere ragione bisogna ricorrere al Tribunale federale. Non perché lì dentro lavorino meglio, ma perché, molto probabilmente, se ne fregano delle pressioni che il Ticino in diverse modalità (politiche, mediatiche, popolari) è in grado di esercitare sulla magistratura. Meglio non avere rogne, meglio volare all’acqua bassa: questo sembra il mantra quotidiano. Siamo venuti a sapere da John Noseda, capo procuratore, che le minacce neonazi a Bello Figo non configurano il reato di discriminazione razziale. Non ci sono elementi sufficienti.

Potremmo citare cavilli giudiziari, o provare a spiegare la Legge federale sul razzismo. Non è difficile giustificare con le leggi la presa di posizione di Noseda. Qui è la logica, come nella questione del Caffè, a sentirsi profondamente scossa. Abbiamo un volantino neonazista, con croci celtiche, il simbolo di “potere bianco” (white power), la croce uncinata nazista. Sul volantino minacce al nostro ormai famosissimo rapper e non perché canta male, ma perché “un profugo come lui non ha diritto ad essere sponsorizzato…”

Sapete cosa fa ridere? Ha ragione Noseda. La nostra patetica Legge contro il razzismo ha delle falle larghe un chilometro. Sul volantino avrebbero potuto anche scrivere letteralmente “negro di merda”, non sarebbe bastato comunque, perché negro, per la legge svizzera contro il razzismo, non è un’etnia. “Ghanese di merda” sì, allora li sarebbe scattata l’incriminazione, ma sarebbe pretendere troppo da dei razzisti: obbligarli a identificare l’etnia di chi insultano? Troppo complicato: negri, arabi… stiamo sul generico che rischiamo poco. Comunque, come dice la magistratura, l’estremismo non c’entra. Nel senso che i due ragazzotti non erano affiliati a organizzazioni estremiste di destra. Erano, se così possiamo dire, estremisti in proprio.

Non siamo forcaioli. Per noi ai due ragazzi basta uno scapaccione e la multa se del caso. Si saranno comunque presi un bello spavento. Sono le assurdità legali dove ci muoviamo a rendere questo paese difficile. Difficile per i giornalisti che vogliono dire la verità, facile per i razzisti di periferia.

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