5 domande a Foa e Pontiggia

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L’assenza di repliche da parte del Corriere del Ticino dopo le novità pubblicate ieri da Gas riguardo lo “scoop” sui documenti della BKA tedesca non fa bene né ai lettori, né al concetto di trasparenza. Per stimolare una risposta, poniamo cinque domande a Marcello Foa, amministratore delegato del gruppo, e a Fabio Pontiggia, direttore responsabile del quotidiano.

1. Quando si ha per le mani uno scoop, lo si verifica. In questo caso particolare, avendo, in teoria, ottenuto documenti della BKA (Polizia criminale federale tedesca) il Corriere avrebbe dovuto contattare la stessa BKA, o personale di polizia in grado di affermare se tali documenti fossero autentici o meno, e avrebbe dovuto verificare se documenti simili si fossero già visti in altre circostanze. Nel giornalismo investigativo questa è la prassi. Il Corriere l’ha seguita?

2. In numerosi casi di scoop di testate europee e americane, sui rispettivi siti internet sono sempre stati disponibili file audio, video o documenti che provassero la validità dello scoop in questione. Così facendo, si è trasparenti con i lettori. Come mai, invece, il Corriere del Ticino non rende disponibile niente se non le miniature illeggibili pubblicate nell’edizione cartacea?

3. Chi è Stefan Müller? Uno scoop così importante fatto da un giornalista tedesco o svizzero tedesco sconosciuto è strano venga pubblicato da un quotidiano regionale di lingua italiana. Oltre non trovare giornalisti d’inchiesta con questo nome sulla rete, rimane quantomeno singolare come un germanofono che scopre una notizia così importante riguardo alla Germania la pubblichi su un quotidiano della Svizzera italiana. Questo scoop è stato proposto a quotidiani del paese interessato? Come mai è stato pubblicato sul Corriere del Ticino?

4. Il 5 aprile 2016, sul blog di Marcello Foa, riguardo ai Panama Papers, si è letto quanto segue: “E questo è il punto: giornalismo di inchiesta presuppone un lavoro faticoso, duro, talvolta rischioso, in cui i giornalisti seguono una prima traccia, trovano riscontri, cercano più testimoni incrociando le prove. E’ un esercizio ben diverso sia dall’Offshore leaks che dai Panama Papers, in cui ai giornalisti è stato semplicemente chiesto di setacciare montagne di carte, senza indagare, senza approfondire, senza incrociare, svolgendo una mansione più che da reporter da reporter investigativo, da speleologo dell’informazione.” Alla luce di quanto emerso ieri, il lavoro di Stefan Müller o chi per esso, prima di essere pubblicato sul Corriere, è stato sottoposto al controllo che dovrebbe esserci, secondo Foa, quando si parla di “giornalismo d’inchiesta”?

5. Il “Prontuario del Consiglio svizzero della stampa” afferma che: a) “La correttezza impone che alla persona oggetto di gravi addebiti (in questo caso il governo tedesco, ndR) sia offerta un’adeguata possibilità di esprimersi. È un diritto dell’interessato e un dovere da parte nostra. Il mancato rispetto di questo principio è oggetto di frequenti reclami al Consiglio della stampa” (cap. 21, pag. 62); b) “Si devono interpellare i diretti interessati. Nel caso di aziende, istituzioni, o autorità deve essere interpellato l’ultimo responsabile o un suo portavoce autorizzato” (cap. 22, pag. 64); c) “Il dovere di ascolto preventivo si impone se l’accusa è di illegalità o di comportamento disonesto” (cap. 28, pag. 76); d) “Articolo 293 del Codice penale «Chiunque, senza averne diritto, rende pubblici in tutto o in parte atti, istruttorie o deliberazioni di un’autorità, dichiarati segreti in virtù di una legge o di una decisione presa dall’autorità nei limiti della propria competenza (lo “Streng Geheim” del timbro, se i documenti fossero autentici, lo dimostra), è punito con la multa”. Questi punti sono stati rispettati da Stefan Müller, dal direttore responsabile e dall’amministratore delegato, giornalisti, almeno gli ultimi due, di fama ed esperienza?

[j.sc]

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