Abbiamo bisogno degli anti Trump

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Non so se ci avete fatto caso: la politica internazionale, quella che fino a ieri finiva nel dimenticatoio, quella di cui ci fregava poco o nulla, sale oggi alla ribalta e lo fa con grande prepotenza. Era impensabile solo 10 anni fa, in Svizzera, agitarsi così tanto per delle elezioni francesi, austriache o tedesche. Perché, fino a poco tempo fa, la politica si muoveva in un solco predestinato. Oggi sembra che concordanze, bon ton e dignità, siano completamente scomparsi. E non è un caso che questo mostruoso rivoltarsi melmoso della politica segua l’evoluzione del web e dei social network. Oggi siamo al punto che un presidente americano, se dichiarerà guerra alla Corea del Nord, lo farà tramite Twitter.

La Svizzera, fieramente al di fuori dell’Europa, si agita perché si rende conto, anche se alcuni fanno finta del contrario, che la sua sorte e legata a doppio filo a quella del nostro continente. In questa battaglia tra titani, vediamo delinearsi i campioni come nelle giostre medioevali, quelli della luce da una parte e quelli delle tenebre dall’altra. Perché al saldo della politica che uno può anche non condividere, ci sono dei modi di intendere la società che sono diversi. Perfettibili certo, ma diversi.

Un bellissimo esempio, quasi pacchiano, lo abbiamo in merito al recente G7 di Taormina, in Italia.

Quattro personaggi sono assurti agli onori della cronaca più di altri e la posta in gioco appare molto più cospicua di quanto si creda. Donald Trump, Justin Trudeau, Angela Merkel, Emmanuel Macron.

Siamo onesti. A prescindere dalle simpatie, Trump è un’arrogante figlio di buona donna, abituato ad avere tutto e ad averlo subito. Spintona il ministro del Montenegro per fare la foto, inanella una gaffe dietro l’altra, la figlia Ivanka, ignorante come una capra, scambia il poster di Chinaglia in una trattoria per il ritratto di un santo. Trump si è fatto odiare dagli italiani, dagli europei. Tronfio, arrogante, padrone di tutto.

Dall’altra abbiamo Justin Trudeau, che abbraccia il sindaco di Amatrice e gli dona due milioni di dollari. Indossa la maglia di Totti il capitano della Roma che dà l’addio al pallone e conquista un intero popolo.

Poi c’è la Merkel, che esprime un concetto che avrebbe fatto tremare i polsi a molti statisti europei nel passato: possiamo farcela anche senza l’America.

E Macron, il pupone, che stringe la mano a Trump e non gliela molla, ribaltandogli contro la sua prepotenza. Ognuno di noi, quando ha visto quella strette di mano un po’ ha goduto, siamo onesti.

“Non è stato un gesto innocente. Si deve mostrare che non farai nessuna piccola concessione, anche solo di natura simbolica”, ha poi detto Macron. Al presidente americano, mica a un pinco pallo qualsiasi.

Con un’Inghilterra fottuta dalla Brexit e sempre più evanescente, la guida franco-tedesca dell’Europa sembra superare le barriere economiche per profilarsi non solo nell’asse anti Trump, asse in cui Trudeau, cugino povero ma bello di Trump, si incunea con sapienza e astuzia ma anche con una gestione civile del proprio popolo. Il lavoro, la ricerca, l’ambiente, sono in cima alle agende. Discutibile se poi avverranno realmente i cambiamenti ma l’intenzione c’è ed è potente come quella stretta di mano. La sfida è enorme: ricostruire un’Europa più umana e attenta elle genti, meno legata al capitale e più orientata verso una coesione interna.

Oggi, nel mondo globalizzato, due grandi fazioni si fanno strada e superano i vecchi steccati politici, riproponendo però una guerra vecchia come il mondo. Anche noi svizzeri ce ne siamo resi conto e gestiamo ogni vittoria o sconfitta delle fazioni che più ci aggradano come vittorie o sconfitte personali. Benvenuta in Europa, Svizzera.

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