Ancora sulle startup (e il potenziale ticinese)

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Il fenomeno delle startup non è nuovo ed è puramente concettuale. Mio nonno, nel 1940, ha aperto una macelleria. Nel paese, per tutti, era “il macellaio”.

Oggi un giovane (o meno giovane) apre un’attività e, in modo quasi automatico, viene chiamato startupper e sui biglietti da visita si definisce Ceo.

L’Italia è un laboratorio preziosissimo da cui il Ticino può attingere a piene mani perché, la Penisola, ha gestito male il fenomeno startup. Lo dicono i dati che il ministero del Lavoro pubblica, dati che mostrano la povertà di un fenomeno nonostante i dirigenti statali li dipingano come fiori all’occhiello del “Sistema Paese”.

Ho assistito a centinaia di speech (il momento in cui gli startupper presentano la loro idea a chi è in grado di incubarla – spiego meglio sotto – o di finanziarla) in cui i rappresentanti dello Stato si riempiono la bocca di parole preconfezionate che raramente colgono il vero spirito delle startup e di che le fa.

Gli incubatori sono aziende (sì, lavorano per soldi) che prendono i team che hanno idee e mettono loro a disposizione tutte le conoscenze necessarie per renderle prodotti finiti. Servizi, tecnologie, spazi di lavoro, guru del marketing e della gestione di impresa.

Mettiamo in chiaro una cosa: al contrario di quanto scrive qualche sedicente detentore della verità, gli incubatori investono. Non chiedono soldi agli startupper (chi lo pensa è un idiota, perché gli startupper di soldi non ne hanno, altrimenti avrebbero aziende e non idee) né fanno terrorismo brevettuale. Diventano proprietari di una parte del pacchetto azionario dell’azienda incubata, capitale che rilasceranno nel tempo – di norma dai 3 ai 5 anni – al fine di rientrare dei soldi spesi e di conseguire un utile. Chi si scandalizza lo faccia pure, magari dopo avere trovato il nome di un’azienda di capitali che non opera per il profitto.

Non basta accompagnare le startup al momento in cui riescono a camminare con le proprie gambe (in questo, gli incubatori italiani se la cavano decisamente bene), bisogna creare sistema. Occorre che le esigenze del mercato vengano coperte, che ne vengano create di nuove, con la capacità di pianificare, di capire, leggere e anticipare il mercato. Inutile fare sbocciare un numero elevato di aziende che possono coprire una nicchia molto piccola di mercato, non si crea valore aggiunto, né ricchezza o impiego.

Il Ticino può (e deve) fare meglio. Perché il fintech (i servizi e i prodotti tecnologici per la finanza) può essere presentato alle banche che, in Svizzera, sono molto più reattive di quelle italiane. L’health (i servizi e i prodotti tecnologici per la salute) possono essere sviluppati con la collaborazione dei tanti ospedali di qualità del Ticino, mentre in Italia – salvo rarissimi casi – si è inteso svilupparli ognuno per sé, senza concertazione, trovandosi tra le mani prodotti di valore tendente allo zero.

Le smart city, cioè l’automazione per la vivibilità e la sicurezza delle città può trovare in Lugano, Locarno o Bellinzona il quartiere generale per i test di massa. Se funziona lì, allora può funzionare a Barcellona, New York, Amsterdam o Napoli.

Si può e si deve, mettere le università in condizione di dare un senso ai propri programmi di studi. Negli ultimi mesi le startup che si occupano di sicurezza informatica, hanno ottenuto 5 miliardi di dollari di finanziamenti, perché l’esplosione dei ransomware fa paura. Non mi risulta che neppure uno di questi dollari sia confluito nelle casse degli atenei ticinesi (così non fosse, chiedo scusa) o in quelle di una startup ticinese. Eppure c’è una facoltà di informatica, eppure ci sono persone capaci.

Le Silicon Valley europee ci sono. Sono Londra e Berlino. Il Ticino non ha nulla da invidiare a queste città. L’handicap del Cantone? Una classe politica che non capisce, non si prende la briga di capire, non accetta il nuovo e non sa mettere i paletti per evitare che qualcuno si approfitti della sua incompetenza. Il caso Bravofly meriterebbe riflessioni ben più profonde dello squallore che si è letto sui media, con tanto di dimissioni di quegli incapaci che si sono fatti infinocchiare.

È ora che tutti prendano le misure con un nuovo paradigma che riguarda tutto il mondo: non sono più le autorità governative a risolvere i problemi, sono i privati. E c’è un rapporto proporzionale tra le incapacità della classe politica di un paese e i disastri che i privati possono fare. Se i governanti sono smart, i privati apportano valore. Se chi governa è al di sotto delle attese, arrivano le Bravofly.

Le soluzioni ai problemi sono prima di tutto etiche e poi, solo poi, economiche o sociali. Non c’è scritto da nessuna parte che i problemi complessi richiedano soluzioni altrettanto complicate, non c’è scritto da nessuna parte che le soluzioni debbano essere peggiori dei mali che si intende curare.

Anche in Ticino, così come in gran parte del mondo, il rilancio dell’impiego e della distribuzione delle ricchezze non possono essere affidati ai governanti perché interpretano politicamente problemi che, di fatto, con la politica non hanno nulla a che fare.

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