Ho eliminato dal vocabolario la parola guerra

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L’angoscioso pensiero del terrorismo si annida in ogni angolo del mondo. Siamo come funamboli, senza rete di protezione perché globalmente non c’è molta rassicurazione sulle sorti dell’umanità ma al contrario si inneggia all’incertezza. È sufficiente lo scoppio di un petardo, al parco giochi, per imprecare contro Abu Bakr al-Baghdadi, gridando all’attentatore. Sui social, nel villaggio globale lo scemo è inflazionato e cosmico. L’assetto politico mondiale è nelle mani di presidenti pericolosi, i quali ci inculcano il terrore, come se lo stato d’allerta facesse parte della difesa personale e collettiva, una specie di kit di sopravvivenza. Occupati come siamo a guardarci le spalle, e preoccupati per la situazione interplanetaria, siamo governati e manipolati con i sensi di colpa perché con il divide et impera sono state erette cattedrali.

Poi ci sono i cittadini senza incarichi politici e istituzionali, semplici individui, che incitano all’odio, fomentano, godono se qualcuno soffre o litiga. Reagendo con aggressività e violenza alla vista di un gatto nero, e a tutto ciò che non viene riconosciuto come familiare, denotano scarse capacità di discernimento. Forse mossi più da frustrazioni personali represse, alla minima controversia, sfoderano il fucile d’assalto, al pari dei cecchini, che sparano al primo starnuto, anche se è il compagno guerraiolo che sta combattendo, fianco a fianco, per la stessa causa. Non c’è solo la guerra simbolica, batteriologica, ideologica, militare, di distruzione di massa ma c’è anche una guerra che colpisce nello spazio intimo e quotidiano, nei gesti più abituali, nelle diversità di opinioni e di vedute, quando si assiste ai diverbi tra schieramenti opposti ma non tra i massimi sistemi, bensì tra un uomo e una donna, tra vicini di casa, tra colleghi di lavoro o tra amici.

Mi sento immersa in una sorta di saturazione quando penso al male diffuso e alla facilità con cui si demolisce invece di costruire. Questo scenario però mi obbliga a considerare le mie responsabilità, seppur di una persona senza grandi poteri. Perché ho deciso di eliminare dal vocabolario della mia vita la parola guerra, tra me e chi mi sta più vicino ma anche con chi non la pensa come me, mi innervosisce, mi sta antipatico o semplicemente non ha i miei tratti somatici. Lo faccio scegliendo di non avere paura ma soprattutto sforzandomi di guardare il mondo a testa in giù, o a gambe all’aria, cercando una visione capovolta rispetto a quella che mi hanno inculcato, con cui mi hanno abituata, e alla quale mi sono assuefatta. C’è bisogno di leggerezza e di condivisione. Anche le neuroscienze hanno comprovato che siamo cablati per avere delle relazioni sociali improntate al bene comune. E non di certo per massacrarci di cattiverie.

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