La mafia che sorprende il Ticino

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Peggio di un politico impreparato c’è solo un politico impreparato che fa finta di essere preparato.

Peggio di un politico impreparato che fa finta di essere preparato c’è un politico che non perde occasione per smentire sé stesso, nella (personale) convinzione che tutti siano stupidi.

In una lunga intervista concessa a Libera TV il ministro insulta tutti coloro i quali vivono la mafia da vicino, in una quotidianità fatta di paura, omertà, rimorso e morte.

Siamo alle prese con il solito problema: quando si parla di temi tanto complessi o li si conosce in modo approfondito, oppure si tace. E Gobbi ha ampiamente dimostrato di non sapere di cosa parla, sostenendo che né in Francia né in Germania ci sono tracce di organizzazioni mafiose.

La mafia ha cambiato mestiere, non è più quella dei Riina e dei Messina Denaro, è un’organizzazione che ha messo la giacca e la cravatta e si infiltra laddove ci sono flussi di denaro, fomentando sempre più riciclaggio e mercimoni. Pensare che il Ticino e la Svizzera ne siano esenti è come credere che nel mare non ci siano pesci.

Già nel titolo dell’intervista, quando Gobbi dice che “in un momento di crisi come questo il rischio di infiltrazioni è molto alto” c’è uno strafalcione storico, l’allarme lo ha infatti lanciato l’Ufficio federale di polizia nel 2012 e il ministro stesso, nello sciorinare le sue argomentazioni, parla di decine di episodi registrati. L’unica cosa che si può dedurre che il rischio di infiltrazioni è sempre molto alto, e lo è da anni.

Il Ticino è terra abbandonata a sé stessa, come lo sono del resto tutti i cantoni, poiché le autorità cantonali non hanno potere nelle inchieste per mafia, compiti assolti dal Ministero pubblico della Confederazione e dalla polizia federale. Gobbi però dice che non ci sono punti franchi in Svizzera e, a dimostrare ciò, ci sarebbe l’arresto di un presunto reclutatore dell’Isis. Come le due cose sia in relazione e una sia dimostrazione dell’altra, non è dato sapere.

Le mafie sono parassiti resistenti agli antibiotici per due motivi: lo stato di terrore che riescono a ingenerare nella società e il minuzioso controllo del territorio. I reclutatori dell’Isis cosa c’entrano in tutto ciò? Per Gobbi (leggere l’intervista di Libera TV per credere) tanto basta a dimostrare che il Cantone, per sua volontà, stia facendo qualcosa di tangibile.

Il lettore più attento si chiederà come. La risposta, purtroppo, non tarda ad arrivare: Gobbi sostiene che gli piace pensare ai cittadini come a delle sentinelle, sempre vigili, attente, pronte a chiamare la polizia al minimo sospetto.

Perché i siciliani (tanto per citare quel popolo che, per antonomasia, è vessato dalle mafie) sono tutti coglioni. Sarebbe bastato che segnalassero i movimenti sospetti alle autorità e avrebbero risolto ogni problema.

Le mafie si radicano nelle istituzioni e, se come dice il ministro, in un periodo di crisi economica è più facile che i tessuti criminali attecchiscano (per non parlare, poi, della libera circolazione), è opportuno che ci si guardi in casa, piuttosto che correre a chiudere i valichi minori durante la notte. Come se il mafioso passasse la dogana e non convocasse a sé persone che vivono sul territorio in cui vuole infiltrarsi.

Infine scarica tutto sul “sistema giuridico-amministrativo liberale” e sulla “mancanza di strumenti legislativi rafforzati” e, davanti all’affermazione di Libera TV secondo cui mancano sinergie tra le polizie cantonali e quella federale, Gobbi si assume il merito di fare da medium tra le autorità di Berna e quelle italiane.

Chiude poi il suo intervento con un laconico “i risultati si ottengono attraverso i fatti”. Quali? Dove sono?

Quello che serve è un ministro di giustizia e polizia che sappia il fatto suo e che non aspetti Berna, che si dia da fare per proteggere i cittadini e che non chieda loro di segnalare “casi sospetti”, riducendo i movimenti mafiosi a quelli dei borseggiatori all’opera.

Quali sono i fatti? Di cosa sta parlando? Cosa impedisce al Governo di attivarsi affinché la collaborazione tra cantoni e Confederazione sia più efficace? Ci sono altre soluzioni? E, ancora, quanto tempo sarà necessario aspettare affinché si capisca il “fenomeno mafia” che non viene più solo dall’Italia e che non si fa certamente scovare osservando la strada?

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