La marcia di Macron continua

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Le elezioni francesi ci hanno portato a due dati incontrovertibili: tra primo e secondo turno, il movimento di Emmanuel Macron potrà contare tra i 415 e 455 seggi (su 577) mentre l’astensione è stata del 51,3%. Che lezioni si possono trarre?

Sminuire il risultato di La République En Marche privilegiando quello, altissimo, dell’astensione è un errore. La democrazia rappresentativa funziona in modo semplice: gli aventi diritto al voto esprimono la loro preferenza a questo o quel partito, a questa o quella persona e così si formano i Parlamenti. Astenersi è consentito, ma se più di un francese su due ieri è andato al mare, in campagna o semplicemente non era interessato a esprimersi non è sicuramente colpa di Macron, né inficia la sua legittimazione. Non si può parlare di “rivoluzione a metà”, come fatto da Osvaldo Migotto sul Corriere del Ticino stamattina, se gli elettori di Macron si sono presentati compatti al voto mentre quelli di Mèlenchon, dei Républicains, di Le Pen e dei socialisti hanno disertato perché, evidentemente, neanche loro credevano nei propri candidati.

Trattare il Presidente della Repubblica da usurpatore è degno dell’aria da fine impero che si respira negli ambienti politici francesi e mostra che, al netto degli squilli di tromba, poco si è capito di ciò che rappresenti davvero Macron. Troppo impegnati a dissertare di Brigitte, Rothschild e poteri forti, si è perso di vista il fatto che se Macron sta ottenendo questi risultati è perché i partiti politici francesi, tutti, sono implosi su loro stessi, incapaci di preparare un’offerta e un programma altrettanto interessanti e votabili. E, soprattutto, sono stati incapaci di portare alle urne chi non si identifica in Macron. Non l’hanno fatto i socialisti, che hanno votato in massa En Marche; non l’hanno fatto i Républicains, troppo altezzosi; non l’ha fatto il Front National, un partito che oltre Marine Le Pen è vuoto cosmico. E non l’ha fatto Mélenchon, il quale, ieri sera, dopo un arretramento incredibile rispetto alle presidenziali, parlando di “opposizione ecologista e umanista” ha dimostrato di aver colto molto poco dell’animo del Paese.

Le prime settimane di Macron sono state ottime sotto il profilo internazionale, più incerte su quello interno. Se la reazione alla riforma del Codice del lavoro, alla conferma di governare per ordinanze, ai sindacati sulle barricate, alle ipotesi di inchiesta sul ministro Ferrand è lo stare a casa invece che votare chi contesta le politiche di En Marche, l’esame di coscienza che si deve fare il sistema politico francese richiederà un po’ più di tempo del previsto.

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