L’Arte di raccontarla, episodi stravaganti nella storia dell’arte: Tintoretto a Venezia

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Se parliamo di Venezia la prima connessione che le nostre sinapsi realizzano all’interno del nostro cervello è con San Marco, l’omonima piazza, la basilica, il campanile, il leone alato e via dicendo. Ma già dal 1260 la città lagunare non è solo San Marco, infatti da quell’anno fioriscono periodo le cosiddette Scuole. Non bisogna pensare alle scuole veneziane con l’idea di luoghi d’insegnamento, ma erano confraternite laiche, che sceglievano un Santo Protettore e alle quali aderivano cittadini di ceto medio. I patrizi aderivano solo alle Scuole Grandi. Nel 1478 si istituì una tra le più importanti e longeve Scuole, quella di San Rocco. Non c’è da sorpendersi della scelta di dedicare una di queste confraternite al protettore dalla peste e dalle epidemie se si pensa che all’epoca la Serenissima era la porta d’occidente per una quarantina di velieri al giorno che arrivano da ogni parte del globo conosciuto.

Nel 1564 la Scuola aveva già assunto la nomina di Grande e si apprestava ad arricchire gli interni della sua sede con dipinti e tele degni della sua importanza.

Fu istituito cosi un concorso a cui parteciparono i maggiori pittori veneziani dell’epoca. La consegna del concorso era presentare degli schizzi preparatori per una lunetta raffigurante San Rocco in gloria. Tutti i maggiori esponenti del rinascimento veneziano si diedero un gran da fare per studiare le migliori soluzioni per accaparrarsi l’importante commissione. Tra questi vi era anche Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, che però decise di giocare d’astuzia. Il Tintoretto riuscì ad ottenere le misure esatte della lunetta e invece di un semplice disegno preparatorio dipinse una tela ad olio e la collocò nel punto esatto del soffitto in cui era prevista l’opera.

Tra lo sconcerto e le critiche degli altri partecipanti e degli stessi committenti Tintoretto si difese dicendo che quello era l’unico modo che conosceva di lavorare. Le accuse contro Tintoretto furono di concorrenza sleale e di non rispetto delle regole. Alla fine, per non farsi sbattere la porta in faccia dall’intera confraternita Tintoretto si giocò il tutto per tutto e disse che quello che aveva dipinto era un suo dono al Santo. A quel punto anche i committenti dovettero arrendersi che quel quadro sarebbe rimasto li dov’era, chi osava sottrarre un dono dedicato a San Rocco nella scuola a lui dedicata? Inoltre di fronte a questo slancio di generosità i committenti non poterono far altro assegnare la commissione al Tintoretto. Alla fine la sua astuzia fu appagante e i lavori poterono incominciare.

Ma siamo a Venezia, città nata sull’acqua e l’umidità la fa da padrone. Località quindi ostica alla realizzazione di affreschi e pittura murale. Tintoretto dovette quindi realizzare metri e metri di tele ad olio per decorare le sale della Scuola Grande. La più grande fu quella destinata alla Crocifissione di Cristo, che copre una superficie di 5 metri per 12. Non per niente il Salone della Scuola Grande di S.Rocco è denominata la Cappella Sistina veneta. Tintoretto fu pagato ogni mese con un salario di 100 scudi, una somma ingente per quel tempo e non per niente i lavori si protrassero per quasi 20 anni. Da quel primo episodio di immensa generosità al fine di accaparrarsi la commissione Jacopo Tintoretto mai più si ripeté in slanci di doni e lavori gratuiti. Un’ enorme lavoro che diede a Jacopo Robusti fama e notorietà, ottenuta non solo con il talento ma con una buona dose di astuzia e faccia tosta.

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