Lo sport che non ti aspetti

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Gli ostacoli sono nella nostra mente, se trovi chi è disposto a correre a fianco a te per abbatterli. Oggi più che mai abbiamo bisogno di modelli positivi. Siamo circondati da una società competitiva, individualista, che non ha tempo per tendere una mano verso l’altro, per stare insieme, conoscersi e imparare a convivere e collaborare. Manca il senso di comunità, di gruppo. Anche nello sport, che in teoria dovrebbe aiutare le persone a fare squadra, molto spesso conta solo il risultato a scapito di tutti quei valori che contano realmente. Cose che De Coubertin si rivolta nella tomba ogni giorno.

Ci sono però delle bellissime eccezioni, e io ne ho conosciuta una cosi preziosa che voglio condividerla con voi. Dopo la parentesi calcistica e dopo aver chiuso questo capitolo, mio figlio Simone ha trovato la sua strada sportiva nel Crossfit, ma più di tutto ha trovato un ambiente che lo ha accolto senza giudizio, che lo ha aiutato a superare i suoi limiti e a non mollare, sempre spronandolo in modo positivo. Di questo non ringrazierò mai abbastanza le persone che hanno capito quanto può essere importante essere un esempio sportivo per le persone. Perché ci può essere la competizione, la gara, il risultato ma se mancano il senso di appartenenza e i rinforzi positivi, viene a cadere il vero senso del fare sport.

La storia che vi voglio raccontare è quella di Joele e Antonello. Joele frequenta la palestra da anni, con una costanza che gli invidio tantissimo. Ha 25 anni ed è affetto dalla Sindrome dell’X fragile, una malattia di origine genetica. Nonostante il suo handicap arriva con la sua bici, fa la sua lezione e torna sempre. Io dopo un mese ho trovato la prima scusa per mollare, mentre lui no.

Antonello, detto Ercolino, è stato preparatore atletico dell’Ambri Piotta e ora si occupa della prima squadra della Sam Massagno, ha lavorato con Alinghi e gestisce la palestra che frequenta Joele. Antonello è pure campione del mondo di Spartan Race, una gara di spartani che si lanciano in un percorso ad ostacoli con tanto fango. La Spartan Race si è guadagnata l’appellativo di migliore corsa ad ostacoli al mondo. L’idea alla base di questo tipo di maratone è quella di simulare i percorsi di guerra a cui si sottopongono i militari durante l’addestramento. Chiunque arrivi alla fine riceve una medaglia, che ti porti a casa insieme a graffi, contusioni e fango in ogni parte del corpo. Ma soprattutto tanta soddisfazione e felicità.

Quando mio figlio l’ha fatta per la prima volta mi sono commossa sicuramente per la sua impresa, ma anche per quello spirito di collaborazione che aleggiava in quel posto. Ci sono atleti con muscoli scolpiti, uomini e donne che saltano muri e ostacoli come se fossero gradini e poi ci sono le persone normali, come me per esempio. Li vedi alla partenza pronti a scattare nella prima pozza di acqua sporca e ti aspetti le prime vittime. Invece no, ci si aiuta a vicenda. Li vedi arrivare di corsa per scavalcare il muro di legno e al posto di saltare dall’altra parte ci sono le mani tese ad aiutare chi fa più fatica. Li vedi accasciarsi per i crampi e qualcuno fermarsi ad aiutarlo pur sapendo che il tuo tempo ne risentirà. Ecco, con questo spirito Joele e Antonello si sono iscritti alla Spartan di quest’anno, sette chilometri disseminati di lancio del giavellotto, trasporto di pesi su e giù dalla collina, salto di muri, arrampicate, e chi più ne ha più ne metta. Ho seguito la diretta su Facebook, ho tifato per questo ragazzo. Antonello avrebbe potuto fare la sua gara in scioltezza, portarla a termine in poco tempo e sicuramente salire sul podio. Invece ha adattato il suo ritmo a quello di Joele rimanendo al suo fianco per tutta la gara, spronandolo nei momenti di difficoltà (che sono stati tanti), consigliandolo su come superare le prove e incitandolo a non mollare mai. E Jo non ha mollato, nemmeno per un secondo. Ha corso, poi camminato, poi ancora corso, ha strisciato sotto il filo spinato, ha trasportato pesi da 50 kg, ha attraversato piscine di fango, ha scavalcato reti e muri. E alla fine ha saltato il fuoco che lo separa dal traguardo ricevendo la sua più che meritata medaglia.

Jo ha abbattuto la barriera del suo handicap in quella gara, ha dimostrato che gli ostacoli sono solo nella mente. Antonello a fine gara ha pianto tantissimo per l’impresa che Joele è riuscito a compiere. Questo è il vero valore dello sport, l’esperienza che ti fa crescere come atleta ma soprattutto come uomo. Infondere fiducia, spronare a dare sempre il massimo, sacrificare a volte un proprio risultato per aiutare un compagno in difficoltà. Diventare persone migliori. C’è bisogno in questo mondo di persone migliori e io ne conosco due che hanno fatto grandi cose insieme. Aroo.

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