Non divieti, ma ascolto e apertura

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Il bullismo esiste dalla notte dei tempi. Ne sono stata vittima anch’io quando ho cambiato scuola in quarta media ed ero “quella nuova”, quella che andava messa subito al suo posto per farle capire chi comanda.

Io ero una ragazzina impaurita che ha subito le angherie delle “cheerleader de noantri” e poi le cose si sono normalizzate. Con l’avvento di social, telefoni cellulari e il web si è passati al “bullismo 2.0”, una piaga che sta dilagando a macchia d’olio e che miete molte vittime, tra ragazzi adolescenti e adulti, anche dalle nostre parti. Il cyberbullismo è il tema di un’interrogazione presentata al Consiglio di Stato dai deputati Giorgio Fonio (PPD), Henrik Bang (PS) e Maristella Polli (PLR), i quali ipotizzano una proposta per arginare questo fenomeno: vietare l’uso del telefono cellulare nella scuola dell’obbligo, quindi dalla scuola dell’infanzia alle scuole medie.

Partendo dal presupposto che l’uso del cellulare fino alla fine delle scuole elementari sia decisamente diseducativo (inteso come possedere un cellulare proprio, con numero di telefono, accesso ad internet e a varie chat social), il discorso si pone sicuramente alle scuole medie. Sono dell’idea di principio che il divieto come strumento di educazione non funzioni mai, se non in determinate circostanze e con le dovute spiegazioni del caso. Nella scuola media di mio figlio l’uso del telefono è vietato. I ragazzi possono portarlo spento, accenderlo durante la pausa pranzo e alla fine delle lezioni. Mi capita di ricevere un messaggio sul mezzogiorno da mio figlio che mi saluta, mi scrive brevemente come è andata la mattina e se ci sono informazioni che deve darmi. A chi viene preso con le mani nella marmellata, cioè ad usare il telefono durante le ore di scuola, viene ritirato l’apparecchio e l’allievo può andare a ritirarlo in direzione accompagnato da un genitore.

Non sono contro questa regola, sostengo che i ragazzi (e non solo loro) usino e abusino di questa tecnologia già per parecchie ore senza dover essere distratti anche a scuola. Ma vietare l’uso dei cellulari a scuola per arginare la piaga del nuovo bullismo è come cercare di svuotare il mare con un cucchiaino. Perché nonostante tutti i divieti, nella scuola di mio figlio ci sono stati brutti episodi di bullismo e tutti fuori orario. Scoperti, denunciati e puniti. E poi si ricomincia. Non si combatte il bullismo con i divieti, ma se devo essere sincera non sono sicura di conoscere la formula magica per eliminare questa terribile piaga che esiste già alle elementari.

È forse necessario un lavoro di squadra tra scuola e famiglia, di dialogo con i ragazzi, di dare fiducia ma meritata, di fortuna, di dita incrociate, di essere vigili ma non asfissianti, di lasciare porte aperte al dialogo e di parlarne senza paura. Ci sono segnali che non vanno ignorati o classificati con “ma sì, sono solo ragazzi”, ci sono richieste di aiuto che vanno capite, paure che vanno accolte. Il bullismo è un contenitore che racchiude molte cose, che genera nuova aggressività, dolore, grande sofferenza e che se non viene fermato può avere conseguenze gravi. È un mondo buio e complesso che non si può pensare di combattere vietando l’uso del telefono, ma scavando più a fondo nel disagio di chi lo subisce e di chi lo commette.

Il bullismo non si combatte con i divieti, ma tenendo gli occhi, le orecchie e il cuore bene aperti all’ascolto. Pensiamoci seriamente, per il bene dei nostri ragazzi.

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