Quando Jeff Bezos dà lezioni al Corriere del Ticino

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I grandi attori di un paese devo guidarlo verso l’emancipazione e lo sviluppo. Il discorso è banale, un filo retorico ma, siccome c’è chi evidentemente neppure lo intuisce, bisogna che un omuncolo come me lo ripeta.

Le Poste devono fare di più per la Svizzera, così come devono fare di più le FFS, la Swisscom (e le Telco in generale), così come devono fare i media (non solo il Corriere del Ticino, per carità).

Il come e il perché sono presto detti: la larghezza della banda internet, la neutralità della rete e la sua penetrazione sono strettamente collegate al Pil. I trasporti, il loro prezzo e la loro accessibilità, sono strettamente collegati agli spostamenti e all’ecologia. La possibilità di godere di servizi di comunicazione tradizionali evita l’esclusione sociale.

I media – e la critica va a tutti, indistintamente – devono partecipare in modo molto più attivo alla diffusione della cultura e della forma mentis opportuna. Misurare i tempi che corrono, e limitarsi a fare solo ciò, non ha alcun senso.

Ad esempio, mi aspetto (e ho il sacrosanto diritto di aspettarmi) che i media spingano, promuovano e diffondano la nascita di un sesto dipartimento cantonale, quello dell’innovazione. Non solo, mi aspetto (e ho il sacrosanto diritto di aspettarmi) che si impegnino affinché ai dipartimenti cantonali siedano persone capaci. Certo, non sono i media che votano, ma informano mettendo i cittadini in condizione di votare meglio. Se oggi racconto a un tibetano che al dipartimento delle Istituzioni c’è un militarista laureato in scienze della comunicazione e alla sanità un ingegnere, la reazione è la classica e pacifica risata con cui le persone dalla cultura millenaria sottintendono il rincoglionimento del loro interlocutore.

Qui in Ticino i media non sono affatto avvezzi a questo tipo di spinte, a dire la verità la linea editoriale vincitrice è quella di Via Monte Boglia, “scrivi cose alla cazzo, non verificarle e vai tranquillo” è il modello che anche il CdT ha adottato.

Nel frattempo, mentre un omuncolo qualsiasi fa queste riflessioni, un gigante dell’impresa tech ha reso pubblico il suo personale decalogo. Quest’uomo, Jeff Bezos, è il miliardario patron di Amazon e che nel 2013 ha comprato il The Washington Post per 250milioni di dollari, rilanciano grazie alla tecnologia un mostro sacro della carta stampata, nato 140 anni prima e all’epoca sulla via del tramonto.

Delle tante cose che ha detto ne svettano alte due: “non puoi tagliare sempre i costi e restare rilevante, devi anche investire” e “la parola brand è solo un modo carino di indicare la reputazione e la reputazione di un giornale si basa sulle notizie”.

Infatti il direttore del CdT Fabio Pontiggia nel frattempo ha ammesso l’errore, spiegando che il fantomatico giornalista, tale Stefan Müller è uno pseudonimo, il nome d’arte di un giornalista d’inchiesta che per (presunte) ripercussioni ha deciso di oscurare la propria identità e, non da ultimo, ha scaricato la responsabilità sue due fantomatiche fonti della polizia tedesca, di norma attendibili ma non in questa occasione. Come se le verifiche incrociate fossero una cosa sconosciuta.

In sintesi, il direttore del più importante quotidiano ticinese chiede ai lettori di avvalersi della credibilità che il giornale ha perso. Meraviglioso.

La realtà è che in Ticino i media – con i loro effettivi, con i loro mezzi e con le loro tecnologie – si fanno mettere nel sacco da Gas, un collettivo con un redattore e volontari tra cui c’è chi ambisce alla carriera giornalistica. Ma la mediocrità dei media che contano glielo impedisce.

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