Silenzio profuga

Di

È con piacere che riportiamo alcuni stralci di una lettera alla Regione, a firma Chino Sonzogni.

Il signor Sonzogni, docente e scrittore, racconta una triste vicenda di cui è stato testimone:

“…È sabato, i supermercati sono affollati, alle casse si accalcano persone con carrelli stracolmi, le code si snodano interminabili. Tutti abbiamo vissuto questi momenti. Nulla di grave, basta munirsi di pazienza, la virtù dei forti. All’improvviso una voce si leva stentorea e sovrasta nitida il tranquillo chiacchiericcio: «Silenzio, profuga!»”

Siamo ormai, e concordiamo con Sonzogni, all’insulto pubblico, all’incapacità di vergognarsi per un atto gretto e squallido. Facciamo nostre le parole di Sonzogni, che coglie appieno il problema e le sue origini:

“Com’è possibile che in Ticino si arrivi a insultare una persona in questo modo, in un luogo pubblico, sotto gli occhi d’innumerevoli persone, senza provare vergogna?

La responsabilità è sempre individuale ma il bieco razzismo descritto è anche figlio di chi per anni ha sdoganato l’insulto gratuito allo straniero.

Che cosa fare davanti a simili comportamenti? Testimoniare e denunciare pubblicamente quanto accaduto. Il silenzio e l’assenza di riprovazioni amplierebbero la cerchia dei razzisti. Un’altra risposta è quella dell’educazione, l’ultimo bastione a difesa dell’imbarbarimento crescente.”

Ha ragione Sonzogni, com’è possibile che l’educazione dei nostri padri sia sfociata in un tale becerume, degno dell’Alabama degli anni ‘50? Insulti, minacce, ostilità sono all’ordine del giorno: i capri espiatori sono sempre i più deboli, quelli che in fondo, non hanno nessuna colpa di qualsiasi problema queste persone pensino di avere. Non sono i profughi a portarci via il lavoro e le persone di colore non sono più cattive solo perché nere, e soprattutto non sono schiavi che devono abbassare la testa davanti a un bianco imbecille che pensa, non si sa perché, di essere superiore per motivi immaginari. Sonzogni riporta il dialogo surreale:

«Un po’ di educazione»: abbozza una replica, la coraggiosa donna.

«Educazione? Non la imparo certamente da te – risponde con un ghigno spocchioso l’uomo sempre più aggressivo – io sono andato a scuola, io».

No, lui non la impara dai profughi l’educazione. Lui, semplicemente non ce l’ha l’educazione. Anche se è andato a scuola rimane un buzzurro. E lo sarebbe in qualunque paese, non solo in Ticino. Ma lasciamo al signor Sonzogni l’epilogo di questa storia:

“Confesso che in quel momento ho provato vergogna d’essere un cittadino ticinese. Ho rassicurato l’impaurita ragazza di colore che mi seguiva nella coda: «Non sono tutti così i ticinesi». Ci sono quelli che sanno di essere fortunati (non si sceglie né dove, né quando nascere) perché hanno visto la luce qui e in questo florido periodo storico. Sanno – l’hanno studiato a scuola – che anche da noi, in passato, ci sono state povertà, miseria, fame, emigrazione. Siamo stati stranieri e potremmo tornare a esserlo.”

Ha ragione il buon Sonzogni, molti ticinesi si vergognano di certi atteggiamenti, della violenza verbale della, ammettiamolo, perdita di dignità in nome di un non ben specificato patriottismo. Patriottismo che per queste persone, assomiglia sempre di più a una presunta superiorità razziale.

Essere patriota non vuol dire essere automaticamente un razzista, ma i razzisti si sentono più patrioti degli altri. Sbagliato. Riappropriamoci dell’orgoglio di essere brave ed oneste persone, che sanno ragionare e discutere senza schiamazzare, che pensano davvero al bene del paese e non solo al pro saccoccia.

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