Sono io il tuo padrone (e benvenuto in Italia)

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Indro Montanelli diceva ai giornalisti di ricordare sempre chi fosse il loro padrone, ovvero il lettore.

Frase da leggere tra le righe e che oggi non è più attuale. Hei! Tutti fermi! Non che io sia in grado di smentire Montanelli, ma non c’è scritto da nessuna parte che dalla sua bocca uscisse solo oro colato. Oggi l’adagio montanelliano non ha più senso: se i giornalisti si assoggettassero ai loro lettori-padroni, allora basterebbe in molti casi parlare di calcio e spalmare qualche foto di glutei qua e là.

Resta vero che tu, io, noi, siamo i padroni dei politici, persone che si mettono in gioco, investono tempo, denaro e risorse per sedere su una poltrona da cui – dicono – vogliono rappresentarci e governarci.

Nessuno ha chiesto di ridurre gli aiuti sociali, nessuno ha chiesto di non sapere da che parte prendere il dumping salariale, nessuno ha chiesto che istituzioni impreparate mostrassero tutta la loro inadeguatezza e che i direttori dei rispettivi dipartimenti non si assumessero nessuna responsabilità, quella stessa responsabilità che hanno voluto candidandosi e che forma il 90% almeno dei loro stipendi.

Il Ticino è sempre più Italia, pur con tutti i distinguo del caso. Ci sono infiltrazioni nelle istituzioni, chi denuncia viene trattato come un criminale, chi riesce a entrare nelle pieghe del sistema gode dell’incertezza della pena o, se non altro, di pene ridicole a fronte dei reati commessi. Pene tanto incerte e tanto irrisorie che sono un fischio da richiamo per ogni attività criminale. E chi deve cambiare la situazione scarica il barile e incolpa gli stranieri. Se i politici e i governanti si chiamano fuori dal dovere specifico di cambiare le cose, a chi spetta il compito? Ai cittadini, certo. Ma non a quelli che Gobbi vuole come “sentinelle”, quelli che decidono di fare i cittadini e non gli sceriffi. Quelli che pretendono un governo proattivo, capace e lungimirante.

Chi sta cercando di cambiare le cose dall’interno viene coperto di insulti (il pensiero corre a Lisa Bosia Mirra, ma ci sono anche altri valorosi), chi sta svendendo la terra più bella del mondo viene ringraziato. Gli esempi sono purtroppo tanti. Il più cocente è quello de Il Caffè, citato per concorrenza sleale, storia che conosciamo tutti e che lascia increduli. Ammettiamo anche che ci stia, che il capo d’accusa sia coerente, misurato e giusto. Allora, ci dovremmo chiedere, quel signore che stampa le cartelle per la tombola e che conosce bene un certo ministro, non sta facendo concorrenza sleale? Forse no, perché non è nemmeno concorrenza. Almeno, e questo va sottolineato, in Italia quando un politico la fa fuori dal vaso, toglie il disturbo. A me riecheggiano nelle orecchie le parole di Beltraminelli, tutto intento a sostenere di non vedere un motivo buono per dimettersi.

Il nuovo paradigma della politica ticinese è “occhio non vede, cuore non duole”. Io, che sono il tuo padrone, di motivi ne vedo almeno tre. Come la mettiamo? Conta di più il tuo parere, caro Paolo, o conta di più quello di chi ha votato per farti sedere sulla poltrona che occupi? E smettiamola con la storiella secondo cui, chi viene eletto, deve restare in carica per tutta la durata della legislatura e non rieletto nel caso in cui ha lavorato male. Ci possono volere decenni per recuperare i danni fatti dai politici nel corso di pochi mesi e, senza volere tracciare paragoni, se i tedeschi avessero disarcionato Hitler prima della fine naturale del suo governo, oggi il mondo sarebbe diverso.

Dobbiamo smetterla di credere che le istituzioni non possano essere criticate, perché la Chiesa sta mettendo in discussione l’infallibilità papale, perché i politici di spessore hanno sempre sposato la linea di Sandro Pertini, convinto che un pessimo governo vada cacciato. Senza violenza, senza colpi teatrali. Cancellato e basta. Un governo che chiede aiuto ai cittadini, che chiede loro di tirare la cinghia, di essere il braccio lungo delle forze dell’ordine, allora deve essere aperto a ogni tipo di critica, farla sua, rifletterci sopra e se necessario (e per quanto riguardo il DI e il DSS è più che necessario), togliere il disturbo.

Fa orrore che Norman Gobbi, anche quando parla di mafia, veda nei cittadini le “sentinelle” (parole sue) pronte a segnalare alle autorità movimenti sospetti. Giova ricordare che i mafiosi (quelli di cui Gobbi parla pure senza saperne niente) sono capaci di sciogliere nell’acido il figlio 14enne di un uomo che ha detto troppo, fanno esplodere decine di metri di autostrada per uccidere un uomo, sparano per strada. Gobbi dovrebbe proteggere i cittadini, non lanciarli allo sbaraglio come scudi umani. E l’orrore triplica quando si pensa che questo signore voleva andare a Berna (il fatto che fosse convinto di riuscirci indica invece quanto sia aderente alla realtà, e saperla leggere correttamente è la prima dote di un politico).

Il Ticino sta diventando uno Stato assistenziale, come se la Grecia – la cui spesa pubblica per gli aiuti al popolo hanno superato le capacità di cassa della nazione – non insegnasse niente a nessuno. E prima di ogni altra cosa dobbiamo pretendere di non essere messi in ginocchio da coloro di cui siamo padroni.

Il Ticino, così timoroso dell’immigrazione, è vittima della più subdola delle infiltrazioni, quella impuntita, quella che non paga il conto e che si autoassolve. Una discesa a tutta velocità che parte dal cancelletto dei permessi facili, imbocca in accelerazione la curva delle aziende di sicurezza privata e non frena nemmeno davanti alla chicane delle cartelle per la tombola.

E allora, visto che siamo noi i vostri padroni, o fate ciò che va fatto, oppure andate a casa. Perché noi tutti, noi che vi abbiamo dato la nostra fiducia, noi che lavoriamo, abbiamo profondo rispetto per i nostri padroni, per i nostri colleghi, clienti, fornitori, per il vicino di casa e perché voi non avete rispetto del vostro padrone?

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