Theresa May e l’arte del suicidio politico

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Osare fa parte della politica, ma come in ogni aspetto della vita ha senso farlo quando si è sicuri dell’esito. Ciò che preoccupa è che sia David Cameron l’anno scorso, sia Theresa May ieri erano sicuri che convocare il popolo britannico alle urne avrebbe portato loro vantaggi: rifiutando la Brexit e cancellando il dissenso interno al partito nel caso dell’ex premier, aumentando la maggioranza risicata dei conservatori nel caso di Theresa May. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un fallimento.

Vuol dire che chi governa è sempre più lontano dal popolo, incapace di capirne gli umori? Forse. Cameron non capì il sentimento di abbandono e sconforto del nord industriale, degli operai, di chi non vive nelle grandi città e ha voltato le spalle a lui e all’Unione Europea. May non ha capito invece che proporre misure puramente thatcheriane come la dementia tax, cioè il pagamento dell’assistenza pubblica agli anziani, e il premiare con il ministero degli esteri Boris Johnson, padre della bufala elettorale dei milioni di sterline che dall’UE sarebbero stati dirottati al Servizio sanitario nazionale, non sarebbe stata tattica pagante. Di più: convocare per il terzo anno di fila a votare il popolo britannico dopo che infinite volte assicurò che mai avrebbe chiamato elezioni anticipate è stato un boomerang.

Davanti al disastro di May e alla scomparsa dei nazionalisti dello UKIP il vincitore morale della competizione è stato Jeremy Corbyn. Contro ogni aspettativa, il socialista di Islington ha conquistato una trentina di seggi in più ed è tornato a intercettare il voto giovanile. L’ha fatto presentando un manifesto che avrebbe fatto venire le allucinazione a qualsiasi liberale, anche il più moderato. Al contrario di May e al netto delle opinioni e dei programmi, però, Corbyn è semplicemente stato sincero con il suo elettorato rifiutandosi di seguire la premier nel considerare come tutto ruoti attorno alla Brexit e, invece, scegliendo di affrontare questioni economiche, sociali e interne.

Theresa May, sembra, governerà grazie all’appoggio di un piccolo partito unionista nordirlandese, con una maggioranza assoluta raggiunta sul filo. Se un parlamentare conservatore a caso si busca un raffreddore, il governo sarà in minoranza. Amaro destino per chi voleva ottenere una larga maggioranza per portare avanti la hard Brexit mentre ora è come un’equilibrista sul filo. E senza più materassi sotto di lei.

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