L’Arte di raccontarla – episodi stravaganti nella storia dell’arte: la foto di Raffaello

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La fotografia. Oggi basta un click e il gioco è fatto, anzi, un touch sul telefonino e la mini fotocamera ricrea l’immagine in miriadi di pixel in maniera pressoché perfetta. In un istante la foto è fatta.  Un procedimento nato in Francia attorno agli inizi del diciannovesimo secolo. L’eccentrico Nadar, tra i più famosi esponenti della fotografia di fine ottocento, ebbe l’idea del  Panthéon Nadar, un’imponente galleria di foto dove passò in rassegna le maggiori personalità del tempo, come Charles Baudelaire, Gioacchino Rossini ed Édouard Manet. Un’opera fotografica immensa , ma che ben riproduce il fervore artistico ed intellettuale dell’epoca, con tutti i suoi più illustri protagonisti. Questo accadeva a Parigi, a partire dal 1854.

Tre secoli prima, a Roma, precisamente nel 1511, la fotografia neanche era un’idea. A consegnare ai posteri i protagonisti contemporanei ci pensavano i pittori, attraverso tele o affreschi celebrativi. Nelle sale Vaticane, dipinte magistralmente da Raffaello Sanzio tra il 1508 e il 1520 (anno della morte), un affresco in particolare nasconde una sorta di fotografia di gruppo dei contemporanei dell’artista urbinate a cui quest’ultimo volle rendere un omaggio particolare. L’affresco in questione è già di per sè un omaggio ai grandi filosofi dell’antichità e infatti il titolo “Scuola d’Atene” racchiude perfettamente il contenuto. In questo affresco prospetticamente perfetto trovano collocazione i  grandi filosofi greci, da Platone ad Aristotele, passando per Diogene, Epicuro, Pitagora, Archimede, Eraclito, Socrate e tante altri. Si ma..e i contemporanei dove stanno? Facile. Il Sanzio diede ad alcuni di questi illustri personaggi le sembianze dei maggiori artisti dell’epoca, creando una serie di ritratti originali ed ispirati nella maggior parte da un lavoro di memoria visiva ineccepibile, visto che i protagonisti non posarono mai per Raffaello.

È cosi che a prestare i volto di Platone troviamo un riconoscibilissimo Leonardo da Vinci accompagnato da un Sangallo nelle sembianze di Aristotele. Archimede, il grande architetto e geometra, poteva soltanto essere personificato da Donato Bramante, all’epoca capo architetto dell’ Officina della Basilica di San Pietro, in piena costruzione (l’architettura sullo sfondo sembra sia uno stato dei lavori dell’epoca). Nell’affresco c’è spazio anche per un autoritratto di Raffaello, nei panni di Apelle e dei suoi collaboratori Sodoma e Perugino, rispettivamente Ipazia  e Protogene. All’appello sembra mancare qualcuno. In realtà l’Eraclito ai piedi della scala, dopo le analisi di restauro, è identificabile come successivo al resto dell’opera. Eraclito è Michelangelo Buonarroti, che in quello stesso periodo stava portando a termine a pochi metri da li la Cappella Sistina. Nel 1511, data di termine dell’affresco, tre quarti dell’affresco michelangiolesco in Sistina era visibile e sicuramente Raffaello ebbe l’onore di ammirare quanto veniva creato su quel sacro soffitto. Decise quindi in tutta fretta di omaggiare il genio di Michelangelo, malgrado i due mal si sopportavano perché in piena rivalità per assicurarsi i voleri dell’eccentrico Giulio II. E cosi Raffaello riesce nell’impresa di fotografare un preciso momento storico attraverso i volti dei suoi protagonisti, come verrà a fare Nadar tre secoli dopo nel suo studio. Una fotografia a colori,con autoscatto senza selfiestick nel 1511. Chi l’avrebbe detto?

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