Mediocrità

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Pretendere un consigliere federale della Svizzera italiana eccellente, dopo aver avuto un Franscini, è forse troppo. Tanto più che l’eccellenza non è mai stata gradita dagli italiani svizzeri. Il padre dell’educazione del popolo ticinese, per essere rieletto, ha dovuto espatriare e chiedere alloggio politico a Sciaffusa.

Non disperiamoci tuttavia per quanto la storia del PLRT ha scritto anche perché, fra l’eccellenza e la mediocrità, c’è la normalità. Una persona normale, nell’odierno contesto politico ticinese, intorbidito da un leghismo dilagante, la si poteva trovare? E come doveva essere? Quali requisiti e referenze personali doveva presentare? Prendiamo quale esempio il candidato medico. È normale che un dottore, invece di aver esercitato una professione regolata nientemeno che da principi dell’età classica greca (IV secolo a.C.) e operare nel difficile ambito per il quale è stato preparato, si è sistemato sulle comode sedie della burocrazia statale? Ippocrate, nel testo più celebre che codifica l’etica medica (il giuramento, ancor oggi in uso), insiste sull’esigenza che il medico, oltre che condurre una vita regolare e riservata, non speculi sulle malattie dei pazienti, ma anzi li curi gratuitamente se bisognosi. Quelle qui poste sono domande le cui risposte le lasciamo alla coscienza di chi è chiamato a decidere sulla promozione di una persona al governo del paese. Contrariamente a quanto espresso dal candidato ufficiale del PLRT, non si possono definire veleni fatti determinanti del curricolo di una persona che si sottopone al giudizio di chi la elegge. Anche un disinfettante è un veleno che spesso brucia; combatte tuttavia le infezioni. Il candidato medico, autoridottosi, da libero professionista quale era in origine, alla condizione subalterna di funzionario statale, ha intravisto nella politica militante una possibilità di migliorare la sua situazione.

Si è allora candidato ed è stato eletto in Consiglio nazionale. Ma anche nella sua nuova, onorevole posizione, invece d’agire nel senso più alto e libero nel contesto parlamentare, sceglie un ruolo subalterno, assumendo la presidenza di una lobby di casse malati che gli dice cosa fare e come votare. Evidentemente si trova a suo agio solo quando è al servizio di qualcuno che lo paga per difendere, ciò che in una logica liberista entro la quale lui pretende di collocarsi, l’indifendibile. È infatti inconcepibile e contrario ad ogni criterio di libero mercato che lo Stato obblighi il cittadino e la cittadina ad assicurarsi contro la malattia per poi lasciare ai privati la gestione dell’ente preposto per questo delicato servizio. Il risultato di questa situazione più che equivoca è sotto gli occhi di tutti e comprende, oltre che aumenti continui e insopportabili dei premi, uno sperpero di denaro del pubblico, inesistente nell’amministrazione privata. Suscita non poca meraviglia il fatto che nessuno mette mano, appunto perché l’ente è privato, a una ristrutturazione dell’istituto con tagli a spese per stipendi fuori scala, uffici di lusso, personale in esubero, il tutto messo a carico di chi soffre. Ed è più che opportuno ribadire con fermezza che sulla sofferenza nessun profitto è lecito. Così come è illecito e grottesco l’esubero di posti di lavoro in enti come le casse malati che si sottraggono ad ogni controllo della collettività, in particolare proprio quando nella gestione pubblica si taglia, con eccessivo rigore, sia nelle uscite che nelle entrate dello Stato.

E proprio nelle macchinazioni in atto per la sostituzione di Didier Burkhalterè evidente che l’obiettivo di pretendere l’elezione di un candidato svizzero italiano maschera e copre appetiti ben diversi di quelli che comprendono le rivendicazioni d’etnia. Tutto ancora ruota attorno alle strutture sanitarie, identificate contro ogni principio d’etica civile, di spirito cristiano e di solidarietà come fonti di sicuro e duraturo profitto. A questo proposito Fulvio Pelli sta dissipando il prestigio di famiglia, ereditato da Paride e da Ferruccio, quando si atteggia a estremo difensore della colonizzazione delle imprese ospedaliere straniere e riduce gli istituti sanitari sotto il livello dell’Ikea, meno pericolosa di una clinica privata perché, acquistando mobili, le donne non si perdono i seni. Il barone rampante dell’aristocrazia del PLRT, i cui meriti politici raccolti nel corso della sua presidenza del partito nazionale comprendono sconfitte seriali per il suo vezzo d’essere quasi sempre stato a rimorchio dell’UDC, contro ogni buon senso ha proposto al partito la presentazione di un candidato unico. Non si sa bene perché si chiedono ancora pareri a un ex dirigente politico, artefice della malasorte subita per decenni dai liberali svizzeri, esorcizzata per la fortuna e la sopravvivenza dello Stato moderno da un imbianchino ed ora scongiurata da una donna decisa e capace.

Eppure la risposta è semplice e risulta dell’evidenza: se si fosse proposto il ticket con Sadis avrebbe sicuramente ed indiscutibilmente vinto lei. È una persona che conduce una vita regolare e riservata e per lei è inconcepibile speculare sulle malattie della gente. È anche una donna in perfetta sintonia col pensiero del medico greco di Kos, perciò sgradita agli avidi indifferenti alla sofferenza.

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