Noi siamo liberi

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Noi siamo liberi, ma l’abbiamo dimenticato. Tra tutte le altre cose, tra il mutuo della casa, il giardino da tagliare e la costinata a Madonna D’Arla. Tra le montagne silenziose e i laghi, tra una corsa ai centri commerciali e una multa per divieto di parcheggio.

Liu Xiaobo non l’aveva mai dimenticato, anzi, è cresciuto vissuto e morto cercando quella libertà di cui noi ci infischiamo. Professore, critico letterario, si è spento nel carcere cinese in cui era rinchiuso da 9 anni, anche se lui, nelle carceri del suo paese, era praticamente un ospite fisso. Liu era a piazza Tienanmen quando il governo cinese uccise migliaia di studenti. La primavera di Pechino si schiantò 28 anni fa contro il regime, che affondò gli stivali nel sangue dei suoi figli.

Il gigante orientale, rimasto comunista ormai solo sulla carta, l’enorme tigre economica, affondava gli artigli nelle carni di chi chiedeva democrazia e libertà. Che scemi eh? Ma loro non ce l’hanno mica regalata la libertà quando si alzano al mattino e bevono il caffè. E allora la libertà diventa meravigliosa e importante. Lo era anche per Liu, che fu insignito nel 2010, mentre era in carcere in un luogo tenuto segreto dal regime, del premio Nobel. Un tentativo di gettare un po’ di tiepida attenzione occidentale su un moderno Conte di Montecristo.

Lu Xiaobo non ha idee ortodosse anzi, non le aveva, probabilmente non piaceva molto alla sinistra e questa è anche la sua colpa. Sostenere le politiche Usa, per esempio, nella questione israeliana, lo ha condannato di fronte a un opinione pubblica che, oggettivamente, è in grado di mobilitare ondate emotive soprattutto a sinistra ma per personalità che hanno dei requisiti ben definiti. Ogni tanto ci casco anche in queste dinamiche. “Quello aveva delle idee del cazzo, tanto era di destra…” eppure non riesco a sciacquarmi dall’anima l’angoscia di qualcuno dimenticato e morto in un carcere solo perché cercava di esprimere idee diverse, perché cercava quella libertà che per noi è come uno snack da sgranocchiare comprato distrattamente in uno scaffale.

Leggiamo la dichiarazione di coloro che morirono 28 anni fa. Parole che vorremmo sentire dette dai nostri figli magari, parole forti che commuovono. Che siano un epitaffio per Liu Xiaobo, il Conte di Montecristo che non è riuscito ad evadere.

“In questo caldo mese di maggio, noi iniziamo lo sciopero della fame. Nei giorni migliori della giovinezza dobbiamo lasciare dietro di noi tutte le cose belle e buone e Dio solo sa quanto malvolentieri e con quanta riluttanza lo facciamo. Ma il nostro paese è arrivato a un punto cruciale: il potere politico domina su tutto, i burocrati sono corrotti, molte brave persone con grandi ideali sono costrette all’esilio. È un momento di vita o di morte per la nazione. Tutti voi compatrioti, tutti voi che avete una coscienza, ascoltate le nostre grida. Questo paese è il nostro paese. Questa gente è la nostra gente. Questo governo è il nostro governo. Se non facciamo qualcosa, chi lo farà per noi? Benché le nostre spalle siano ancora giovani ed esili, e benché la morte sia per noi un fardello troppo pesante, noi andiamo. Dobbiamo andare. Perché la storia ce lo chiede. (…)”

28 anni fa. Se non facciamo qualcosa, chi lo farà per noi?

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