Perché la parità salariale è un tabù?

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Le differenze di retribuzione salariale tra i sessi che non hanno alcuna motivazione dovuta a qualifiche o istruzione si attestano al 7,4%. Tradotto: quasi 7 mila franchi all’anno. Tutto ciò è stato definito inaccettabile da Simonetta Sommaruga, la quale ha presentato il messaggio elaborato dal Governo per provare a porre un rimedio.

La modifica alla Legge prevede tre passi. Il primo è arrivare a un’analisi completa sui salari, il secondo far controllare questa analisi da un organo indipendente per avere maggiore trasparenza, il terzo e ultimo rendere noto il risultato finale, così che a tutti sia chiara la situazione. Questo obbligo di analisi, che, afferma Sommaruga, avverrà ogni quattro anni per le aziende con minimo 50 dipendenti, concernerà sia il settore privato sia quello pubblico.

Questo progetto, che avendo rinunciato a sanzionare i comportamenti scorretti potrebbe sembrare all’acqua di rose, comunque obbliga i datori di lavoro di quasi 3 milioni di persone a far chiarezza, a spiegare perché a parità di mansioni una donna riceve uno stipendio più basso rispetto a un uomo. L’Unione svizzera delle arti e mestieri ha nettamente bocciato la modifica proposta dal Consiglio federale, denunciando l’aumento della burocrazia e la creazione di una sorta di polizia dei salari che impedirebbe la libertà d’impresa. A spalleggiare l’Usar, come previsto, ci sono PLR e UDC. Questo, denuncia Marina Carobbio sulla sua pagina Facebook, da una parte rende incerto l’esito del voto in parlamento e dall’altra pone un interrogativo: perché il fronte borghese è così contrario che si faccia chiarezza sulla questione della parità salariale, tra l’altro fissata in Costituzione tra 36 anni?

La risposta non la sappiamo. Sarebbe davvero sconveniente, però, che questo comportamento fosse dettato da interessi di bottega o, peggio, scheletri nell’armadio.

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