Viaggio in Portogallo

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Il Portogallo è un paese notoriamente caldo e soleggiato, ma per sicurezza il viaggiatore si è informato sul tempo previsto al suo arrivo. 22 gradi, sole. Atterrato a Porto, la vicinanza all’Oceano l’ha posto di fronte a due problemi: più che in Portogallo il 17 luglio sembrava di essere in Scozia a fine novembre, e la sua fidanzata non era molto entusiasta di ciò. Ma per fortuna il sole è spuntato nel pomeriggio, senza abbandonare più la coppia finalmente tornata all’estate.

Il viaggiatore sa di essere in un paese latino, sebbene lo sia anche lui per uno zurighese, e all’inizio fatica ad adeguarsi: guidano come cani drogati, la segnaletica stradale è messa a caso, i semafori possono essere verdi o rossi ma tutti passano, auto e pedoni, in una lotta per la sopravvivenza densa di menefreghismo e sprezzo del pericolo. Ma al viaggiatore basta scendere per la prima volta alla Ribeira, vedere il ponte Dom Luiz I progettato da Eiffel e, sull’altra riva del Douro, le cantine di Vila Nova de Gaia per immergersi nel bene supremo della vita: la bellezza. Eiffel era fissato col ferro, in effetti il ponte nella sua magnificenza sembra una Tour Eiffel rovesciata e adattata a colpi di martello al traffico pedonale, automobilistico e, parecchi metri più in alto, della metropolitana.

Il viaggiatore passeggia in questo paese straniero calandosi lentamente in una realtà difficile da comprendere ma in fondo interessante: quella della confusione, del caos turistico, di un cibo buonissimo ma monotematico e servito puramente a caso. Si adatta e, con la fidanzata felice che la parentesi scozzese sia durata un paio d’ore, guarda gli azulejos, ammira l’imponenza della Cattedrale chiamata per motivi tutti da scoprire – e non scoperti – “Sé”, i viottoli che, da qualsiasi strada, possono impennarsi o precipitare verso il fiume recintati da case alle volte fatiscenti, altre trascurate, rarissimamente dall’apparenza solida che però sono un trionfo di colori, panni stesi, gabbiani e piccioni che entrano ed escono dalle finestre.

Rua Santa Caterina non è come il viaggiatore se l’immaginava: da via storica è diventata via dello shopping, con ogni catena di abbigliamento possibile immaginabile ad avere lì un negozio. Ma per sua fortuna vicino a tanto delirio ci sono la Fábrica da Nata, il posto migliore dove mangiare i Pasteis de Nata – incredibili dolcetti a base di pasta sfoglia e crema di uovo, zucchero e latte capaci di far intendere cosa sia la perfezione –, e il Mercado de Bolhão dove profumi di sardine, baccalà e salmoni si mescolano alla perfezione coi colori della verdura – vera, dell’orto – venduta in banchi enormi contornati da trecce d’aglio e cipolle. Il viaggiatore conosce anche l’inferno, rappresentato dalla troppa umanità che fa perdere ogni fascino e magia a due posti cari a chiunque abbia letto e visto Harry Potter: la Livraria Lello e il Café Majestic. Rendere attrazione turistica, confusionaria e macina soldi, ciò che dovrebbe essere tutelato non è una mossa geniale. Ma tant’è.

Il viaggiatore mangia, tanto. In un paese dove non esistono primo, secondo, pasta e nemmeno un croissant fatto come Dio comanda, mangia di tutto un po’: Rojões (spezzatino di maiale con pancetta, castagne, patate e parecchie ottime spezie), Alheira (salsiccia prodotta con carne di vari pennuti, pane e aglio), bistecche con sopra prosciutto e formaggio e tante patate – ovviamente fritte. Non si è mai curato più di quel tanto di colesterolo e grassi saturi, non comincerà di certo a Porto. La sua fidanzata, più attenta alla salute, mangia o Bacalhau e inizia ad avere nostalgia di una biella d’insalata.

Il viaggiatore cammina in riva all’Oceano, nell’ultimo metro d’Europa, respirando salsedine e libertà, guardando scogli ostinati e testardi nel prendersi in faccia ondate di un mare in tempesta che, comunque, dall’autorità competente viene considerato balneabile con tanto di bandiera verde: sinceri complimenti per il coraggio.

Quello che il viaggiatore nota subito è che il tempo scorre lentamente. Passeggiando nel caos della città o nella pace della Foz do Douro – la foce del fiume –, sorseggiando vinho do Porto o guardando i gabbiani volare sui tetti della città vecchia, si è come in una bolla dove il concetto di spazio-tempo viene momentaneamente sospeso. Tutto è quasi anestetizzato, con il sole caldo che combatte con il vento freddo. Lo nota giorno dopo giorno il viaggiatore, ma soprattutto quando si reca in visita a Guimarães dove gli storici – ma non tutti – affermano sia nato Alfonso Henriques, primo re del Portogallo. Lo fece, sempre secondo tradizione, in un castello del quale restano solo mura e un torrione ma che comunque un suo fascino, discreto, ce l’ha.

Se lo spazio-tempo in Portogallo è un concetto a sé stante, a Guimarães ancor di più. Il viaggiatore lo scopre nel centro storico patrimonio dell’Unesco, nelle piazzette con i ristoranti, nelle silenziose viuzze. Guimarães, città dove un giovane potrebbe spararsi per la noia senza suscitare più di tanto stupore, è un balsamo per l’anima errabonda di chi cerca buon cibo, silenzio, bellezza e pace.

Ed è così che, quasi senza accorgersi del tempo passato, il viaggiatore lascia il Portogallo sei giorni dopo il suo arrivo, felice di averlo conosciuto. Si porterà dietro tante immagini, tanti profumi, tanti sapori. Terrà con sé il ricordo di una cultura e un popolo così diversi da lui ma così interessanti, dei bicchieri di Esteva e Porto, del sole, del vento, del cielo azzurro. E del rumore dei gabbiani.

 

PS: lo stratagemma della terza persona è preso immeritatamente in prestito dal viaggiatore protagonista de “Viaggio in Portogallo” di José Saramago, lettura indispensabile per chiunque voglia approcciarsi a questo paese. Personalmente, mi sono divertito.

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