Ah, sì, la democrazia

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I tre attori principali di questa fase di politica estera – vale a dire Donald Trump, Recep Erdogan, Vladimir Putin ma potremmo metterci anche Kim Jong-un – hanno tutti un fattore in comune: una certa allergia a ciò che noi comunemente chiamiamo democrazia.

Di Donald Trump l’abbiamo detto e ridetto, ma di ‘sti tempi val la pena ricordarlo. Niente di illegale né antidemocratico l’ha portato alla Casa Bianca. Ma nel conteggio finale, il presidente ha totalizzato più di tre milioni di voti popolari in meno di Hillary Clinton. Che sia un deficit democratico è evidente. Le regole dei grandi elettori lo permettono, e chi contesta. Ma almeno far notare come quello che sta giocando alla guerra in giro per il mondo e fa andare armate in Australia invece che in Corea del Nord, oltretutto, ha preso pure una valanga di voti in meno della rivale è lecito.

Ma lì, negli Stati Uniti, una parvenza di democrazia ancora c’è. In Turchia, Russia, Corea del Nord è sparita dai radar. Il recente referendum costituzionale turco sul presidenzialismo/sultanato è stato vinto da Erdogan con schede su schede convalidate senza alcun motivo, con brogli di ogni tipo e lo sdegno degli osservatori internazionali.

In Russia Putin è il padre padrone da anni. I dissidenti vengono arrestati, i giornalisti ridotti al silenzio e talvolta ammazzati in strada come Anna Politkovskaja, i partiti all’opposizione pressoché silenziati.

In Corea del Nord, dove si fa un gran parlare di socialismo, c’è una dinastia.

Quando parliamo di crisi della democrazia ci riferiamo anche a questo. I quattro leader che hanno in mano il pianeta hanno alle loro spalle un deficit – alle volte permesso, altre volte assolutamente no – di democrazia e di legittimazione.

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