Cosa vuol dire essere un migrante?

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Un immigrato spesso viene da Stati dove c’è la carestia, dove per avere l’acqua devi percorrere chilometri o dove, se non muori per la fame, muori per mano di un dittatore sanguinario o di gruppi terroristici islamici.

A partire sono in particolare uomini ma anche famiglie e bambini: partono perché dove vivono rischiano la vita e preferiscono rischiare di morire in nave o nel viaggio piuttosto che vivere in luoghi dove la morte è più che probabile. Lo fanno con tutto ciò che hanno, spesso sono anche costretti a lasciare qualcosa nella loro terra. Spesso degli affetti: i genitori troppo anziani, la moglie alla quale non possono permettersi di pagare il viaggio, in tasca quattro spicci e qualche provvista. Con il rischio di non rivederli mai più. Non tutti partono da stati costieri, molti partono da Congo, Eritrea, Nigeria, e sono costretti a fare chilometri e chilometri nel deserto, a piedi, senz’acqua e viveri, spesso con i bambini fra le braccia spesso affidandosi ad un “traghettatore” che conosce il deserto, ma che altrettanto spesso, non ci pensa due volte, in caso di difficoltà a lasciarli lì e andarsene. Il deserto è caldo di giorno e freddo di notte e, soprattutto, è difficile orientarcisi.

Ciononostante camminano e non si perdono d’animo. Il loro viaggio ha come tappa la Libia, ma non tutti ci arriveranno: i troppo anziani, i troppo deboli, i troppo poveri moriranno per strada. Per i loro parenti la punizione più grande: dovranno lasciarli lì e continuare a camminare. Il tragitto verso la salvezza non accetta pietà. Alcuni credono che arrivare in Libia è una salvezza, in realtà è l’inizio di un inferno. La Libia ha il compito di evitare l’immigrazione di massa e lo fa nei modi peggiori. I “prigionieri” vengono messi in strutture inadeguate per accoglierli tutti: le donne vengono violentate, gli uomini sfruttati come schiavi, più spesso uccisi. Alcuni riescono anche a scappare e a provare la traversata verso la libertà.

La traversata è un’altra scommessa col destino: spesso quelle poche risorse portate per il viaggio sono state ampiamente consumate e quei quattro spicci, quando non sono stati sequestrati dai vari delinquenti incontrati durante il viaggio, sono il necessario per poter “acquistare” la traversata. Acquistare un posto in un barcone scassato, nel quale uomini, donne, bambini vengono stipati all’inverosimile, consapevoli che, in caso di problemi tecnici o con le navi libiche di pattuglia, si rischia la morte. Non sarebbe la prima volta che alcuni vengono buttati a morire in mare, come roba vecchia, perché la nave è troppo pesante. Spesso sono i più vecchi. La traversata è da brividi, si deve sperare di non essere intercettati altrimenti vieni riportato in carcere, ma stavolta senza soldi: non puoi più corrompere i secondini e nemmeno pagarti un altro viaggio.

Non c’è acqua, non c’è cibo, spesso nemmeno aria perché si è troppi nella barca e i più poveri vengono messi sottocoperta dove non c’è nemmeno un filo d’aria. E si muore. Alla fine, se si è fortunati, si è recuperati da una ONG o da una nave della marina militare italiana, si viene identificati e trasferiti in un Centro di Accoglienza nell’attesa di valutare la richiesta d’asilo. Quello che per chiunque di noi sarebbe un inferno per loro è meno peggio di quello che hanno lasciato: spesso le associazioni che se ne occupano non vi provvedono adeguatamente e le differenze etniche causano problemi all’interno. Spesso si scappa dai centri di accoglienza, ma per trovarsi in un inferno più grande: quello del caporalato. Gli uomini, quelli fortunati, vengono impiegati nei campi per cifre infime che spesso sono tutto quello che pagano per vivere in stamberghe diroccate dove dormono in 10 in piccole stanze e per avere pane e acqua.

Spesso vengono picchiati dai loro capi, africani anche loro, quando provano a ribellarsi e, talvolta, uccisi. Quelli “privilegiati” che riescono ad “emanciparsi” e ad avere diritto all’asilo e a trovare un impiego onesto, vengono discriminati ugualmente, perché avrebbero “rubato” qualcosa. Perché l’Europa, dopo tanto avergli tolto durante gli anni e nel periodo coloniale, gli ha offerto un tozzo di pane e una camera lurida dove dormire in 10. Perché avrebbero dovuto morire a casa loro, invece di venire qui a creare problemi a noi, o magari morire durante il viaggio e in silenzio per evitare clamore mediatico. Vengono discriminati perché sono venuti qui a cercare un’alternativa alla morte.

Abbiamo affrontato millenni di evoluzione, siamo passati dalla schiavitù all’apartheid, dal nazismo al Ku Klux Klan, eppure non capiremo mai che il buio della ragione può essere evitato solo con l’immedesimazione. Adesso rileggiamo sopra e fermiamoci a pensare: e se fosse mia madre? E se fosse mio padre? E se fosse mia sorella? E se fossi io? Torniamo umani.

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