Governare o piacere al popolo?

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Il calo di popolarità di Emmanuel Macron recentemente registrato da un sondaggio del Journal du Dimanche pone un interrogativo non da poco: si può governare, bene, e allo stesso tempo piacere al popolo?

Negli ultimi anni, flagellati dalla gravissima crisi economica, sembrerebbe di no. Esempio principe è l’Italia, che ha evitato il default grazie al governo di Mario Monti e alle sue misure sì draconiane, ma rese necessarie da venti, trent’anni di panem et circenses. Misure che lo stesso Monti ha pagato con la scomparsa dalla scena politica e che hanno portato alla ribalta movimenti che ad esse si sono sempre opposti: i Cinque Stelle, la Lega Nord, l’estrema destra. E per certi versi è comprensibile: a chi vede slittare la pensione (da fame), a chi non trova lavoro, a chi è strangolato dalle tasse non può essere chiesto di comprendere i discorsi sui massimi sistemi, sui bilanci, sul debito pubblico, sulle regole europee. Per questo governare non è semplice, e prendere decisioni impopolari è, sebbene un dovere, moralmente difficile.

Angela Merkel, caso opposto, è in luna di miele col popolo tedesco dal giorno della sua elezione, correva l’anno 2005, e pronta, tra un mese e mezzo, ad allungarla di altri quattro anni. La Cancelliera, sebbene guida sicura e solo negli ultimi tempi scalfitta leggermente dai falchi bavaresi della CSU, però, ha avuto una grande fortuna: sfruttare i benefici del mastodontico piano di riforma del welfare portato avanti dai socialdemocratici di Schröder, che appunto per questo piano sono stati defenestrati dalla stanza dei bottoni e ne rimarranno lontani ancora a lungo.

Macron di disastri non ne ha fatti. Non ha provocato né proteste né sommovimenti di piazza. Ha piglio, il neo presidente, e una discreta attitudine napoleonica al comando. Ma si sapeva. Il suo libro “Rivoluzione” lo afferma chiaramente, dopo anni (decenni) di immobilismo è arrivato il momento del fare. Quindi si ritorna alla concezione gollista e, checché se ne dica a sinistra, mitterrandiana del primo ministro – un mero esecutore –, alla convocazione del Congresso a Versailles, agli affondi su numerosi settori, di politica interna ed estera, che comunque a ben leggere il programma di En Marche! erano tutti scritti e preventivati, nero su bianco.

A François Hollande veniva imputato il non far niente, l’imbarazzante immobilismo, il pensare più alla sua nuova fiamma che alla politica. A Macron, suo esatto contrario, viene imputato l’iperattivismo, il protagonismo, il decisionismo. Dopo un paio di mesi, tempo comunque piccolo per giudicare, la sua popolarità è in calo. Ma i comportamenti messi sotto accusa sono quelli che, poco tempo fa, era auspicato avesse Hollande.

Un cortocircuito che toccherà a Macron risolvere. Il tempo e il sostegno parlamentare li ha.

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