L’incapacità di metterci in discussione

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Il PLR ticinese ha confermato ieri ciò che, al netto delle procedure, era chiaro a tutti: Ignazio Cassis sarà il candidato unico per il nostro cantone alla successione di Didier Burkhalter.

Quello che ci sembra indispensabile è non cedere al provincialismo, che scade spesso nel vittimismo. Doris Leuthard, intervistata dalla RSI, ha affermato ciò che è sin quasi banale dire: il Ticino non ha bisogno di un Consigliere federale per essere ascoltato, perché le problematiche sono già ben note. Ma cosa si può fare nella capitale federale quando si ha a che fare con un cantone che prende, in libertà, scelte discutibili o vota iniziative inapplicabili?

Berna non c’entra niente col fatto che a furia di tagliare qualsiasi sussidio chi già prima faceva fatica oggi non arriva a fine mese, perché a decidere ciò sono stati la maggioranza borghese in Gran consiglio e la maggioranza del popolo che ha approvato questa linea.

La libera circolazione c’entra poco o nulla con la questione dei frontalieri, quando siamo noi svizzeri – con in testa i Pinoja, i Siccardi, i Bignasca – ad assumerli. La conferenza dei Direttori dell’economia dei cantoni di frontiera, in fase di applicazione del 9 febbraio, implorò le Camere federali di tenere fuori dai contingenti i frontalieri perché ne hanno un bisogno. Se solo il Ticino si trova confrontato con tale questione, è bene che il Ticino inizi a porsi delle domande senza cercare capri espiatori né in chi ha la sola colpa di lavorare, né nella Berna federale, né a Bruxelles.

Il Consiglio federale c’entra ancor meno con il fatto che in Ticino vengano offerti salari da fame e offensivi, che il padronato spalleggiato da buona parte dell’economia abbia da tempo fatto scoppiare una guerra tra poveri che non giova a nessuno.

Se Ignazio Cassis entrerà nella stanza dei bottoni, al netto di qualche pagina di giornale trionfalistica e un po’ di demagogia cosa cambierà? Che avremo in Consiglio federale una persona che per anni è stata contemporaneamente a capo di Curafutura, pagato 180 mila franchi all’anno, e a capo della Commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio nazionale (alla faccia del conflitto d’interessi); avremo in Consiglio federale un politico che, come capo della frazione liberale, ha tuonato contro la riforma della previdenza 2020, unica possibilità di sostenere i nostri anziani e di dare un futuro all’istituto; avremo in Consiglio federale un politico entrato in parlamento su posizioni moderate salvo, per opportunismo, virare verso destra; avremo in Consiglio federale una persona che non ebbe alcuna remora a organizzare, otto anni fa, un convegno con un ministro di Pinochet; avremo in Consiglio federale l’esasperazione del concetto di lobbysmo, talmente marcata e netta da far venire dei dubbi su cosa farà quando qualche suo vecchio amico di Curafutura lo chiamerà: risponderà?

Ma Ignazio Cassis è ticinese. Tutto quello che potrebbe suscitare un dibattito, una discussione sull’opportunità e sui metodi di questa scelta viene – e c’è da scommettere, verrà – confinato a brusio di sottofondo, disfattismo, mancanza di entusiasmo. Apoteosi del provincialismo, altro colpo basso alla nostra capacità di metterci in discussione.

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