Cosa resta delle cene di Dadò

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Della vicenda riguardo alle cene di Fiorenzo Dadò e compagna pagate da Argo1 esplosa di recente, sono soprattutto due le questioni che, amaramente, restano impresse.

La prima è la faciloneria ormai diventata carattere distintivo di un’amministrazione cantonale – l’abbiamo visto anche con lo scandalo dei permessi –, sempre più vulnerabile e non in grado di dare il giusto peso alle cose. Non parliamo della maxi tangente Enimont, né dei diamanti di Bokassa: parliamo di 150 euro, due cene, che solo con un pirotecnico sforzo mentale una persona potrebbe considerare corruzione per ottenere un mandato milionario. Eppure è qui che Fiorenzo Dadò è cascato. Per troppa faciloneria, appunto. Per non aver immediatamente compreso che certe pratiche ormai tristemente note in altri Paesi stanno prendendo piede anche qui, con tutti i rischi del caso.

La seconda è che se antipolitica e populismo sono così diffusi ormai a ogni livello della società – svizzera e non solo – la politica delle colpe le ha. Dadò, fustigatore della Lega e severo controllore di ogni dichiarazione proveniente dalla destra da oggi, agli occhi dell’opinione pubblica, avrà parecchie frecce in meno nel suo arco quando criticherà Lega e UDC. Perché non è difficile immaginare, sapendo che antipolitica ed estremismi si nutrono di ciò, come la reazione a ogni sua futura presa di posizione sarà un riferimento a queste due cene.

Solo con la buona politica si combattono gli estremismi e i populismi, si gettano le basi perché la decenza torni a essere metro di valutazione importante nell’azione politica, si dà un futuro alla democrazia. La buona politica necessita però di politici che siano capaci di notare e schivare le numerose bucce di banana che sono sul loro passo. Su questa, Dadò, è scivolato. E chiedere chiarezza è il minimo.

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