Down esclusi? Non proprio

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Un paio di giorni fa, in un articolo di Ticinonews, una signora con un figlio affetto da trisomia 21, lamentava il fatto che per poter mandare il figlio a scuola in una classe di normodotati era stata costretta ad andare in Italia. Citiamo: “È stata una scelta sofferta, che ci crea qualche difficoltà logistica ma che si è resa necessaria per il futuro di nostro figlio”, dichiara la signora Veronesi.  Alla domanda del perché, la signora prosegue: “perché secondo le autorità ticinesi Nathan, in quando disabile, avrebbe dovuto frequentare una scuola speciale o, al massimo, una classe normale per un massimo di un paio d’ore al giorno. In pratica, rimanere escluso dai suoi coetanei ‘normali’”. 

Abbiamo deciso così di rivolgerci all’Ufficio della pedagogia speciale ed al suo direttore, Massimo Scarpa.

Signor Scarpa, la signora Veronesi ha ragione? Il sistema italiano è meglio di quello svizzero?

Il sistema italiano già dagli anni ’70 promuove l’inclusione di tutti gli allievi nella scuola ordinaria obbligatoria. Il sistema ticinese, che è, in ogni caso, tra i sistemi scolastici più inclusivi in Europa, ha una scuola ordinaria che comprende il 98% della popolazione scolastica e una scuola speciale che si occupa del restante 2%. Le classi di scuola speciale cantonale sono inserite nei medesimi edifici della scuola regolare per creare occasioni di condivisione di attività e di momenti di socializzazione.

Anche in Ticino tendiamo all’inclusione cercando di immaginare soluzioni scolastiche che garantiscano il supporto specifico di cui alcuni bambini hanno bisogno. Se un bambino necessita di bisogni molto individualizzati, la scuola speciale fornisce i giusti aiuti e supporti. Se inserendo i bambini nel contesto regolare si potesse sempre fornire i giusti aiuti in termini di qualità e non solo di quantità, allora la soluzione italiana oltre che ideale sarebbe la migliore. La realtà delle cose ci dice che non è così; molti bambini sono esclusi perché non in grado di sostenere un gruppo classe grande oltre a non poter seguire un certo tipo di curricolo scolastico.

Perché la scuola ticinese non prevede l’inserimento di disabili in classi normodotate? Non sarebbe un percorso più ricco per tutti? Esistono in Ticino classi inclusive? E lei, direttor Scarpa, è favorevole a un percorso di inclusione per i disabili?

La domanda è posta male. In Ticino la Legge sulla pedagogia speciale ci dice di favorire quanto più è possibile l’inclusione di bambini con varie disabilità. L’idea è quella di includere i bambini con disabilità finché con aiuti appropriati si riesce a creare un percorso formativo che abbia senso in termini di socializzazione e di sviluppo delle potenzialità del bambino. Quando la disabilità porta a verificare che il percorso deve essere individualizzato e personalizzato, allora la classe di scuola speciale fornisce un contesto e una specificità che non potrebbe essere garantita dalla scuola ordinaria. Sono molto favorevole all’inclusione, purché sia una “vera inclusione” dove i bambini possano sviluppare al meglio le proprie potenzialità. Le classi inclusive, di cui sono il primo promotore, costituiscono una modalità per associare la classe regolare con la presenza di un docente di scuola speciale che collabora quotidianamente nella classe; ciò permette di inserire bambini con un curricolo individualizzato in un contesto normotipico. Nel giro di tre anni siamo passati da una classe inclusiva ad una decina tra Scuola dell’infanzia, Scuola elementare e Scuola media.

Un’operatrice del settore identifica buona parte del problema nei genitori dei “normali”. Citiamo: “Genitori sempre connessi con le baggianate di internet, che hanno una cultura massificata, il cui pensiero più impellente è fare la spesa all’Ikea e pranzare con le polpette svedesi che piacciono tanto ai loro figli. Sono genitori che non fanno vita di quartiere, che non vanno ai giardinetti, che non mandano i figli alle colonie diurne o in montagna, tutti luoghi o situazioni dove è possibile incontrare bambini disabili. Genitori che sono ancora adolescenti. Persone disconnesse dalla realtà.”

Un’altra madre punta il dito, senza accusare nessuno a onor del vero, sulla discriminazione. Il disabile finisce giocoforza in un ghetto, anche se dorato. Citiamo nuovamente: E quando vedo la mia bimba “categorizzata”, mi creda, fa male al cuore”.

La scuola dunque non può fare lo sforzo di integrare anche questi ragazzi nei percorsi “normali”?

La ghettizzazione è nello sguardo delle persone: un Istituto scolastico che non coinvolge una classe di scuola speciale nella propria vita di Istituto farà altrettanta fatica a includere pienamente allievi inseriti nelle proprie classi regolari e viceversa un Istituto che crede fermamente nell’inclusione riuscirà a tradurre ciò in attività comuni tra classi ordinarie e classi di scuola speciale; ciò permette di sentirsi inseriti in un contesto sociale.

La scuola ticinese fa uno sforzo enorme sia in termini di risorse umane, sia in termini di risorse finanziare per garantire l’integrazione nel percorso regolare di oltre 300 bambini con disabilità medio leggere, che possono, almeno parzialmente, seguire il curricolo regolare con adattamenti e differenziazione pedagogica.

Un ultima domanda signor Scarpa: l’educazione può cambiare il mondo?

Credo che esperienze di classe inclusiva permettano agli Istituti che l’hanno sperimentata o che la stanno sperimentando di vedere questi allievi sotto un occhio diverso. Si finisce col poter immaginare che in certe condizioni è possibile fare un insegnamento di qualità a beneficio di tutti indipendentemente dalle difficoltà di ognuno. Gli Istituti che la sperimentano lavorano sulle proprie rappresentazioni della disabilità e le comunità locali, le famiglie crescono sperimentando dei confronti nuovi; ciò porta sicuramente verso una scuola più inclusiva, che fa parte del mondo. Vivo nella speranza che possa anche cambiarlo!

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