Il buio oltre Rangoon

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Molti di voi ricorderanno “Oltre Rangoon”, il film di John Boorman ambientato nella ex Birmania del regime militare. Un film toccante, un viaggio nella tristezza e nella crudeltà di un regime militare che soffocava nel sangue le velleità democratiche della gente dello Myanmar.

Nel film, Aung San Suu Kyi diventa, come è stata effettivamente, un modello di sfida pacifica alla violenza armata del regime. La San Suu Kyi aveva commosso il mondo, incarcerata per anni dalla dittatura e diventata poi premier. Attiva per molti anni nella difesa dei diritti umani nella sua nazione, è stata insignita nel 1991 del Nobel per la pace.

Si dice fortemente influenzata dagli insegnamenti di Gandhi e dal buddismo, e appariva fino a poco fa come una figura ieratica e al di sopra delle parti. È proprio per questo che il suo atteggiamento, ora che è Consigliere di Stato della Birmania, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente, lascia amareggiati. Il suo silenzio sui rohingya, minoranza musulmana Birmana tra le più perseguitate, è assordante.

Quest’estate i rohingya, per sfuggire alle persecuzioni, sono fuggiti in Bangladesh in almeno 370’000. Lì, vivono in condizioni disastrose, essendo il Bangladesh uno dei paesi più poveri del mondo. Chiusi tra due cuscinetti, la maggioranza buddista supportata dal governo inerte da una parte e Malesia, Thailandia e Indonesia dall’altra che li respingono regolarmente, i rohingya consumano il loro personale olocausto senza speranza. La loro situazione è allucinante. I rohyngya non possono muoversi liberamente nel paese, non possono avere più di due figli, non possono avere proprietà private e vivono in ghetti senza cure mediche e diritto all’istruzione. Insomma, una situazione non tanto dissimile da quella dagli ebrei nei ghetti europei durante la Seconda guerra mondiale. Ultimo atto, nel 2015, il governo birmano ha tolto ai rohyngya le carte d’identità privandoli a tutti gli effetti dello statuto di esseri umani. Scrive il Corriere della Sera:

Polemiche e critiche sono state rivolte alla leader birmana e premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi per la decisione di disertare l’Assemblea Generale dell’Onu di settimana prossima durante la quale è prevista la discussione delle persecuzioni contro i rohingya. Contro i rohingya in Birmania, sembra essere in atto «un chiaro esempio di pulizia etnica», ha accusato Zeid Ràad al-Hussein, l’Alto Commissario Onu per i diritti umani che si è appellato al governo birmano perché ponga fine alle sue «crudeli operazioni militari», dopo settimane di violenze con centinaia di morti, migliaia di sfollati e polemiche”

Il silenzio della Premio Nobel sulle persecuzioni è stato addirittura stigmatizzato dalla Svizzera, non certo molto coraggiosa in questi frangenti, per voce di Didier Burkhalter, che ha dichiarato: sono deluso ma non sorpreso dall’atteggiamento di Aung San Suu Kyi, le sue relazioni con i Rohingya sono sempre state difficili e crudeli.

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