Lisa Bosia, cronaca dal tribunale pt. 2

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Mentre Bellinzona sonnecchia sotto il sole, con le facciate ottocentesche che giocano tra mediterranei chiaroscuri, ricomincia il processo a Lisa Bosia. Sono le 14.00.

La procuratrice Margherita Lanzillo inizia la sua requisitoria e insiste volendo scorporare il procedimento dall’ambito politico:

“Questo è un processo penale, noi per dovere istituzionale dobbiamo mantenere la fede nel diritto ed essere oggettivi. Scopo dell’accusa non è perseguire le idee, ma di avvicinarsi alla verità indipendentemente da pressioni politiche.

Le leggi sono baluardo dell’ordine sociale una difesa contro l’arbitrarietà. Chi aiuta una persona straniera senza documenti ad attraversare il territorio svizzero, viola la legge federale sugli stranieri, e non è invocare i diritti umanitari, di cui peraltro è stato tenuto conto, a fare la differenza”

“È vero anche che le condizioni precarie dei profughi, al varco delle frontiere creano situazioni di rischio per la loro incolumità personale.Guerra miseria e fame spingono questi disperati in direzione di una terra migliore. In questi anni il fenomeno ha assunto dimensioni vaste e drammatiche. Ma ogni stato ha le sue leggi e queste vanno rispettate.”

Lanzillo spiega lo sfruttamento nel traffico degli immigrati, i canali di passaggio gestiti dalla malavita, ribadendo che lo si combatte con le leggi e poi ribadisce per correttezza:

“Non è in quest’ambito che si è evidentemente mossa Lisa Bosia Mirra. Le prove raccolte dalla polizia hanno dimostrato che NON ha agito per lucro, e che i suoi propositi erano profondamente umanitari”

La procuratrice ribadisce che c’erano molti modi di aiutare i migranti senza entrare nella sfera dell’illegalità. E insiste sul fatto che una pena deve essere comminata.

“Si comprendono i motivi che hanno spinto Lisa Bosia – dice Lanzillo – ma le sue condizioni emotive non erano tali da non comprendere quello che stava facendo”

Alla fine la procuratrice chiede evidentemente la conferma del decreto d’accusa: una pena pecuniaria di 80 aliquote sospesa condizionalmente e una multa.

Passa la parola all’avvocato della difesa Pascal Delprete, sono le 15.30. Per Delprete, Bosia Mirra non ha violato nessuna legge, e ne tratteggia una breve biografia: Liceo, SUPSI come educatrice sociale e un master in comunicazione interculturale conseguito due anni fa, poi a Ginevra a lavorare presso l’Ufficio Federale Rifugiati e 7 anni per il Soccorso Operaio Svizzero, e rimarca il suo impegno come volontaria.

Non si contestano i fatti ma la loro lettura. Delprete parla soprattutto dei minorenni, che venivano respinti in maniera illegale.

L’avvocato cerca di tratteggiare il contesto: Idomeni in Grecia e il suo immenso campo profughi di 20’000 disperati visitato dalla Bosia, la scena aperta di Como e i drammi singoli, come quella di un ragazzo minorenne che cerca di impiccarsi, viene salvato da un amico, portato in ospedale, dimesso e riportato al campo senza nessun aiuto psicologico, rituffato nella stessa situazione che aveva decretato il suo tentativo di togliersi la vita.

Poi Delprete butta sul tavolo il suo asso nella manica:

“È determinante l’accordo di Schengen, che rende applicabile uno spazio in cui la Svizzera è integrata per favorire il transito e combattere la criminalità rafforzando le frontiere esterne. Quella svizzera è considerata una frontiera interna allo spazio Schengen. Le frontiere interne secondo Schengen, possono essere attraversate senza nessun controllo.  L’accordo ha avuto impatto sulla Svizzera. Il TF sancisce che la priorità e data a una legge conforme al diritto internazionale (Schengen). Entrata e uscita dalla Svizzera, dunque, sottostanno agli accordi di Schengen, non può perciò essere invocata dall’accusa l’incitazione all’entrata illegale o al passaggio di frontiere, che per la legge, sono oggettivamente ritenute all’interno dell’area Schengen.”

In poche parole Lisa, non deve essere accusata di un reato come l’incitazione all’entrata illegale. Una questione complicata e suffragata da pareri della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Losanna, che però apre uno spiraglio nel muro dell’accusa. Inoltre la giurisprudenza sembrerebbe non rendere punibile chi dà asilo a una persona per meno di 24 ore, non essendo ritenuto un soggiorno, e Lisa ha accolto parte dei profughi solo per una notte.

La difesa invoca in via principale il proscioglimento o in via subordinata, che le venga riconosciuto l’agire per motivi onorevoli e grave angustia e sia ritenuta colpevole, esentandola però da ogni pena.

Alla fine il giudice Quadri chiede a Lisa se vuole fare una dichiarazione, e lei prende la parola:

“Io sono una persona semplice, vado a passeggiare, a funghi, vado al bar con le amiche. Non sono ne un’eroina né una pericolosa criminale. La mia storia personale mi ha portata qui. Mi sono trovata in una situazione grave, sono stati rinviati 4000 minori durante quell’estate. Alcuni di 11 o 12 anni, un’età in cui è impossibile immaginare che non ci fosse nessuna misura di protezione. Non ho l’abitudine di infrangere la legge, se mi si chiede se sono pentita, se penso al costo personale, sono pentita, ma se penso alle persone che sono arrivate dai loro familiari, non lo sono. Io stasera ho bisogno di andare a casa, quando le persone sono in stato di sofferenza vogliono andare a casa ed è quello che volevano fare quelle persona, andare a casa. Non capisco perché noi abbiamo il diritto di spostarci e chi viene da queste tragedie no, questa per me rimane un’ingiustizia.”

Si è fatto tardi, le ombre della sera calano sulla capitale e sull’austera facciata del Tribunale Federale. Il processo è terminato, ora sta al piccolo giudice Siro Quadri, che è ritenuto una personalità corretta anche se imprevedibile, deliberare. Qualunque sia la sua decisione, Lisa vince per la sua umanità e per l’empatia raccolta in aula. Vince la sua fame di vita e il suo impellente desiderio di rimettere le cose a posto. Vince quella parte dell’uomo che vede nei propri simili dei compagni, e non dei nemici.

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