Lisa Bosia: cronaca dal tribunale

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Sono le asettiche e spartane sale del Tribunale penale federale ad accogliere Lisa Bosia Mirra per decretare, in appello alla decisione della procuratrice Lanzillo, innocenza o colpevolezza. Lisa sembra piccola e abbandonata, solitaria, seduta al tavolo di formica con le gambe d’acciaio.

Sulla soglia del tribunale, un apparato che non sfigurerebbe per un processo per terrorismo, uno spiegamento di forze decisamente sproporzionato e incomprensibile: una decina di poliziotti, porte elettriche e metal detector. Per entrare dobbiamo anche toglierci la cintura e fare passare tutto sotto gli occhi scrutatori della macchina.

Conosciamo tutti le accuse a Lisa, non staremo qui a ripeterle e d’altronde non ci interessano i tecnicismi. Tutti sappiamo che questo non è un processo a Lisa ma a un modo di immaginare la vita. Qui si scontrano la freddezza del sistema e l’umanità disperata che trova nella solidarietà un motivo di esistenza. Il giudice Siro Quadri legge il decreto di accusa, inceppandosi mentre cita i nomi eritrei con cui non ha dimestichezza.

Lisa risponde seria alle domande del giudice. Racconta le storie dei “suoi” profughi, quelli per cui oggi è a processo. Nelle sue parole c’è la spiegazione dell’ineluttabilità dei suoi atti di fronte alla miseria. La situazione delle persone, le loro condizioni, le imponevano di agire. Ma Bosia ha seguito anche decine di casi, aiutando i profughi a depositare correttamente e legalmente le domande d’asilo. Il suo risulta un impegno a tutto tondo, dove nessuno veniva abbandonato. Se ci fosse stata la via legale Lisa l’avrebbe seguita, ma a volte le richieste all’Italia (il primo paese d’arrivo che è competente secondo gli accordi di Schengen) avrebbero comportato per i profughi che volevano raggiungere i parenti in Germania una pratica di sei otto mesi e una procedura incerta.

La sala, nonostante il pubblico numeroso, è silenziosissima, sentiamo il frusciare dei fogli che maneggia il giudice. Scopriamo non solo che Lisa non ha fatto lucro, come insinuavano i soliti leoni da tastiera, ma che ha anche pagato il biglietto del treno ad alcuni profughi perché potessero proseguire.

Lisa ha lavorato 7 anni per l’Ufficio federale della migrazione, ascoltando storie di paure e disperazione. Racconta che i profughi spesso non hanno nulla se non i vestiti che indossano e ragguaglia il giudice sulle richieste d’asilo nei paesi europei, che variano molto a seconda sia del paese che dell’etnia rappresentata. In Italia si crea il dramma di rifugiati che ottengono il permesso di soggiorno e poi vengono abbandonati totalmente creando sacche di povertà e miseria, facile preda di sfruttatori per lavori a salari da vergogna.

Ma soprattutto spiega che alcuni profughi, pur chiedendo asilo alla Svizzera, venivano respinti dalle guardie di confine senza una decisione, senza permettere nemmeno di arrivare all’ufficio preposto per depositare la domanda. Questo portava ad avere numerose persone che stazionavano a Como e a Chiasso senza sapere cosa fare. I dubbi seri sorgono nelle incongruenze tra le dichiarazioni dei doganieri e le domande di una trentina di profughi, in special modo il caso di un giovane desideroso di ricongiungersi col fratello in Svizzera ma che, nonostante la domanda e i documenti, era stato respinto diverse volte alla frontiera.

Sentiamo storie drammatiche di stupri, di torture, di persone con i segni sulla carne, tracce di manette, zigomi rotti, piedi spezzati, orecchie mozzate. Nella sala stampa l’attenzione è estrema, e così accade per il pubblico. Un ragazzino di 15 anni con un foro di proiettile e un braccio semi paralizzato. Ci si commuove ad ascoltare queste storie. Possiamo allora immaginare lo spirito di Lisa, quando ha violato delle regole per aiutare persone che, come dice il giudice Quadri, soffrivano in modo incredibile.

Lisa racconta, racconta dell’inerzia delle autorità, racconta dell’impossibilità di avere un luogo dove accogliere i profughi perché le autorità di Como non concedono i permessi nonostante ci sia il denaro. E anche la procuratrice Lanzillo resta un poco frastornata, quasi impotente di fronte al realismo della miseria, e spesso annuisce alle parole di Lisa.

Lisa è reale. È vera. Non puoi fingere certe cose. Racconta, a volte si blocca perché non trova le parole, o perché vuole usare quelle giuste, sono narrazioni grevi quelle che ci regala. Lisa è chiara. “Non avevo scelta”. La sua coscienza le imponeva di agire, semplicemente. E qui, in quest’aula, dove tutti capiscono di cosa sta parlando ed empatizzano con lei, in quest’aula si consuma il dramma eterno dello scontro tra l’etica umana e la dura freddezza delle leggi dell’autorità. Sarà le legge, quella legge che ama più le regole dell’uomo, a decretare.

Questo pomeriggio proseguirà il processo e la sentenza di Quadri non è prevista fino al 28 settembre.

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